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D Magazine: Il Settimanale di Repubblica per Donne che Sanno Parlare agli Uomini

Viaggio al Centro di Gravità Femminile Diretto e Raccontato da Daniela Hamaui

Italia, 1996, dopo un convincente battage pubblicitario, il noto quotidiano “Repubblica” annunciava l’uscita in edicola di “D – La Repubblica delle Donne”, settimanale di moda, tendenze, cultura e lifestyle, interamente creato e rivolto al pubblico femminile. Così, almeno, pensavano in molti.

In quel momento, durante la sosta presso una delle tante edicole sparse nel cuore di Milano, punto d’incontro tra l’allora neonato magazine e uno dei tanti uomini, scettici e curiosi, il cui sguardo sfidava certe occhiate derisorie del “signore dei giornali” nel lanciare scostante, quasi al bordo del vassoio porgi-monete, la prima delle copie, in allegato al giornale.

Ma è davvero così bello..?”, iniziava a stuzzicare l’edicolante. “E’ quello che vedremo…”, rispose il cliente, allontanandosi con il settimanale, già aperto alla quinta pagina. Era una delle tipiche afose giornate milanesi, in cui si tentava un riparo all’ombra in Piazza Duomo, appena il tempo di sedersi ed esplorare perché mai “D” avrebbe potuto essere o anche solo diventare, nel tempo, un modello di informazione innovativa, finestra aperta su un universo femminile ancora poco raccontato.

Oggi a quasi vent’anni dall’uscita ufficiale di quel suo primo numero, “D” passa per un weekly magazine che attraverso i suoi numerosi articoli e focus a vocazione sociale, medico-scientifica, eno-gastronomica, beauty & fashion, lifestyle, culturale e politica, ha stabilito incontri senz’altro ravvicinati, come oggetto-moderatore per nuovi dialoghi, il più possibile aperti e cooperativi rivolti a due categorie ancora piuttosto divise e schierate, che persistono nell’esprimere una rabbia da frustrazione ideologica ormai storicizzata e retaggi culturali non ancora del tutto dissolti. In vent’anni di regolare pubblicazione, “D” è riuscita ad attirare attenzione e contributi di personaggi quali: Umberto Eco, Natalia Aspesi, Javier Marías, Norman Mailer, Julia Roberts, Arianna Huffington, Linda Blair, Zygmunt Bauman e, non ultimo Umberto Galimberti, seguitissimo inconvenient gentleman del nuovo pensiero contemporaneo.

Tutti testimonials che insieme a tantissimi altri, hanno partecipato e, ancora partecipano, come ospiti attivi di un osservatorio aperto su diverse tematiche socio-culturali, in continuo movimento e trasformazione, anticipandone i possibili effetti e benefici senza tralasciare, perché no, naturali polemiche e opposizioni, tipiche delle società dei cambiamenti.

Per la profondità dei contenuti e ampiezza delle visioni in qualche modo avant-garde che solo un’informazione coraggiosa dal cuore indipendente può promettere, “D”, ripulitasi del pay-off Repubblica delle Donne, già da tempo, ridisegna nuove identità femminili (e maschili), per proiettarsi, forse, verso altre future definizioni che vanno ben oltre le semplici categorie descrittive, per modificarsi in potenziali veicoli di un’esplorazione molto più approfondita, consapevole e alla pari dei due sessi. Così, almeno, ci piace immaginare.

In tutti questi anni, la specie maschile ha fatto molti passi avanti nel cercare di comprendere e condividere culture, mentalità e potenzialità di universi femminili che ancora reclamano solidarietà e la giusta considerazione di nuovi codici etici, grazie anche a mezzi di informazione costantemente impegnati nella ricerca e la diffusione di altre visioni, più volte esplorate e raccontate con la direzione di Daniela Hamaui, nome storico della rivista, di origini cairòte, invitata tra le ambasciatrici d’eccezione della travagliata e al tempo stesso vincitrice kermesse Expo milanese.

Dopo tutti questi anni impegnati a raccontare, scoprire e condividere le nuove società delle donne che parlano anche agli uomini, Tablet2.0 ha deciso di domandare proprio a Daniela Hamaui, quanto le donne di “D” abbiano ora imparato ad imparare da tutti quegli uomini che acquistano ormai regolarmente il loro magazine.

 

1) Gentilissima signora Hamaui, vogliamo ringraziarla intanto per la sua partecipazione. Iniziamo subito dal nome di battesimo della testata, inizialmente “D – Repubblica delle Donne”, poi semplicemente “D”, forse uno dei pochissimi magazine rivolto a un target femminile, ma con una fascia piuttosto larga, a quanto pare, di lettori uomini. Cos’è accaduto, avete forse sbagliato target?

D. H. Quando nel 1996 il quotidiano La Repubblica mi chiese di studiare un magazine femminile da allegare al quotidiano, mi diedero delle ricerche di mercato fatte sulle lettrici e i lettori che mettevano in evidenza alcuni punti. I lettori di Repubblica era 50% uomini, 50% donne ma i responsabili d'acquisto erano in maggioranza uomini. Le donne poi non leggevano femminili tradizionali e minacciavano di abbandonare il quotidiano qualora avesse deciso di farne uno.

La sfida si rivelava molto interessante. Da qui nacque l'idea di non fare un femminile ma di pensare a un giornale per le donne, cioè per quella che io ritenevo la parte più interessante e pronta al cambiamento della società italiana.

Prima che uscisse “D” tutti pensavano che le donne di “Repubblica” erano delle femministe incallite, ancora con zoccoli e gonne a fiori. Disinteressate alla moda, alla bellezza e ad altri argomenti femminili. Non era così.

Io feci un giornale che ripercorreva i ritmi e le giornate delle donne che si alzano al mattino e mentre ascoltano i notiziari alla radio, si vestono, si truccano, preparano i figli per andare a scuola in un flusso dove tutto ha una sua importanza. Le donne di Repubblica erano belle, intelligenti, curate, colte, vestite bene, con una grande possibilità di spesa ma non volevano un approccio tradizionale in nessuna delle parti del giornale.

Uscendo con un quotidiano che aveva in sé tutte le notizie indispensabili da sapere io potevo spaziare tra tutte quelle che “volevi” sapere ma che non trovavi nel quotidiano. Grandi reportage di fotografi famosi come Salgado, Don McCullin e articoli di corrispondenti che data la lunghezza dei pezzi riuscivano a raccontare storie interessanti. Il risultato di tutto questo fu un giornale fatto per le donne che anche gli uomini amano leggere. Articoli scritti bene, altissima qualità fotografia e approccio sorprendente e profondo alla realtà. Un modo, a mio avviso, più moderno rispetto alla tradizionale divisione tra settimanali maschili e femminili.

2) Non accade molto spesso di leggere tra le pagine di un magazine a larghissima diffusione, articoli e redazionali a firma di personaggi quali Zygmunt Bauman, Umberto Eco, Norman Mailer, Javier Marías e tantissimi altri. Insomma, non stiamo parlando di articoli da leggere sotto l’ombrellone, malgrado un’incredibile accessibilità. Qual è il D-factor del vostro successo editoriale?

D. H. Il D-factor del nostro successo editoriale è che io ho sempre pensato che le mie lettrici/ori fossero molto meglio di quello che di solito si pensa. Credo che alle donne si possa parlare di tutto, l'importante è dare loro gli strumenti per capire. Quando io, nei primi numeri, mettevo tra un servizio di moda e l'altro magari un reportage durissimo sui bambini soldato in Mozambico, mi dicevano: “sei pazza le donne vogliono divertirsi, distrarsi, non vogliono argomenti così shoccanti”. Io rispondevo: “le donne vogliono ridere quando c'è qualcosa di divertente, piangere quando c'è qualcosa di commovente, scoprire cose che non sanno e ampliare i loro orizzonti. Il mondo è grande e conoscerlo aiuta a capire la propria realtà e le proprie possibilità”. Così ho fatto. E i personaggi che voi citate hanno raccontato storie importanti, a volte difficili, ma lo hanno fatto con passione, intelligenza e soprattutto proponendo un punto di vista. Non la verità, ma un angolazione a cui probabilmente non avevamo pensato ma che ci aiuta a riflettere.

3) Almeno 4 o 5 dei nostri giornalisti della nostra community, tra italiani e stranieri, nel corso di alcune discussioni tra persone di diverse nazionalità riguardo, ad esempio, argomenti come l’abuso dei termini maschilista o femminista hanno subito fatto riferimento ad alcuni redazionali pubblicati su “D”, rimarcandone novità ed angolazioni alternative con cui erano scritte ed esplorate attraverso altre esperienze sociologiche. In qualche modo sembra che moltissimi uomini oggi, grazie anche ad una informazione molto più estesa e attenta, abbiano assorbito nuove percezioni. Continuano, però, in moltissimi casi, a ripetersi reazioni di aggressività da parte di una larga fascia di pubblico femminile. Secondo lei quanto lungo potrebbe essere ancora il cammino prima che uomini e donne inizino davvero a percorrere e possibilmente incontrarsi su terreni comuni?

D. H. Le donne hanno ancora un lungo percorso da fare per raggiungere la parità ma una parte di questo percorso è stato fatto. Le ragazze oggi sono divise, alcune rifiutano il termine “femminismo” perché lo ritengono troppo aggressivo, superato. Altre lo rivendicano. Tutte però vivono la loro vita più paritaria grazie alle battaglie delle loro madri. Abbandonare il potere che si ha è una delle cose più difficili e gli uomini faticano a lasciare la posizione dominante che hanno in molti campi a favore delle donne. Ero contraria originariamente alle quote rosa ma aver obbligato le istituzioni e le aziende a riservare delle quote alle donne ha aiutato a cambiare la percezione delle capacità femminili. Credo che il resto del percorso vada compiuto insieme, uomini e donne, ma sono convinta che le donne debbano ancora trovare la forza di credere in se stesse. Forse non si può avere tutto ma bisogna almeno provare ad avere quello che si desidera.

4) Nel numero 380 del 13 dicembre 2003 di “D – Repubblica delle Donne”, è apparso un redazionale per il focus Movimenti dal titolo: “Maschilisti e Contenti”, in cui si evidenziava una certa corsa al potere, diffuso in diverse parti del mondo in cui la categoria maschile veniva dipinta come una sorta di cinta difensiva, eretta da una mentalità ottusa e da branco, contro un cambiamento che non vedeva di buon occhio un’escalation di donne al potere. Un potere che, attualmente, diverse categorie di donne al comando esercitano molto spesso ai danni dei diritti di molti uomini, con pari, se non addirittura superiore aggressività e conseguenze. Ovviamente, parliamo sulla base di tantissimi fatti, già da un po’ di tempo resi pubblici su diversi mezzi di informazione internazionale. Di questa più recente, ugualmente pericolosa, inversione di tendenza, non se ne parla però a sufficienza. Considerando oggi, alla luce di quanto precisato pocanzi, nel suo ruolo di direttore di un magazine progressista come “D” e ora anche di “DLui”, pubblicherebbe ugualmente quel pezzo?

D. H. Forse a questa domanda ho in parte risposto precedentemente, vorrei solo aggiungere che le donne non hanno ancora trovato un modo di gestire il potere diverso da quello maschile. Quando si parla di Angela Merkel, Margaret Thatcher, Christine Lagarde di solito si usano parole riferite ai metalli: “leader d'acciaio, di ferro, inflessibili, dure”. Penso che le donne dovrebbero capire che il potere non si esercita solo indossando pantaloni e mostrandosi prive di sentimenti. Il vero potere sta nella capacità di assumersi delle responsabilità, di saper scegliere e di rivendicarne le conseguenze. Le donne sono ora capaci di fare rete e di condividere delle scelte ma manca ancora uno stile di comando femminile nuovo.

5) In vent’anni delle sue vite “ D-Repubblica delle Donne” e “D”, hanno offerto moltissime testimonianze e esperienze, vissute e raccontate da diversi personaggi, noti e meno noti, i quali hanno fortemente contribuito ad accelerare diversi cambiamenti, oggi più o meno riconosciuti come diritti e realtà praticate in diversi livelli sociali. Questo significa dunque che laddove i nostri sistemi sociali imperfetti falliscono, dovremo passare prima da testimonial e celebrities per promuovere ed indicare altri possibili cambiamenti positivi?

D. H. Testimonial e celebrities possono aiutare a far conoscere una causa giusta e arrivare diretti a persone che altrimenti non conoscerebbero l'importanza di alcuni problemi. Perché non usarli? Emma Watson che parla all'Onu delle donne è un modo di amplificare un messaggio e di renderlo accessibile. George Clooney ha portato in primo piano il dramma del Darfur di cui molti ignoravano l'esistenza.

6) Sfogliando con attenzione “D”, sezioni come fashion e tendenze, rispetto al format di primissima pubblicazione, hanno ceduto molti più spazi a sezioni quali salute, tecnologie e tematiche sociali. Anche alcune pagine pubblicitarie, dapprima molto più presenti ora sembrano quasi apparire in modalità molto più bilanciata e discreta, a favore di una rivista tutta da leggere. Si tratta di un’inversione di strategia commerciale o reale necessità di un’informazione molto più ampia e di contenuto?

D. H. Nei primissimi anni di vita di “D” la pubblicità era al suo massimo. Quando il giornale raggiungeva le 500 pagine davamo uno stop. La crisi che ha investito l'economia con la conseguente riduzione della pubblicità ci ha consentito di proseguire nel nostro percorso forse con più equilibrio ma la vocazione non è cambiata. D non è mai stato un giornale da sfogliare, è sempre stato un magazine da leggere, a cui dedicare tempo e attenzione.

7) “D” come uno dei classici esempi di orgoglio nazionale. Il magazine, però, continua a puntare su moltissimi argomenti e focus che provengono da altri territori, personaggi e tendenze inclusi. Perché allora non considerare seriamente la pubblicazione di una versione internazionale?

D. H. Abbiamo pensato tante volte a una versione in inglese, abbiamo anche avuto diversi contatti con case editrici straniere, anche cinesi ma poi l'editore ha preferito concentrarsi sull'edizione italiana.

8) La nostra community si muove molto spesso in aree del Nord Est britannico in cui una certa contemporaneità e modernità made in Italy non è del tutto sufficientemente percepita (escludendo London), eccetto quando si parla di food o mala-politica. Eppure, in molti ambiti, soprattutto fashion, design, food e arti visive contemporanee, al di là delle evidenti difficoltà che il territorio italiano sta attraversando, sono riconosciute in moltissime nazioni. Dal punto di vista di un’esperta in campo di editoria internazionale, dove potrebbero annidarsi i possibili gap?

D. H. L'Italia è un Paese estremamente ricco, lo stile di vita italiano è conosciuto e ammirato in diverse parti del mondo. La moda e il design italiano vengono percepiti come esempi di grande creatività, innovazione e qualità, poi purtroppo abbiamo i nostri problemi di corruzione e inefficienza che rovinano la nostra reputazione ma, per esempio, Expo è andata molto bene e ha raccontato al mondo Milano e un pezzo di Italia che forse non tutti conoscevano.

9) Come assidui lettori di “D”, anche se stanziali in altri territori, abbiamo per caso scoperto il nuovo mensile: “DLui” dedicato ad un target esplicitamente maschile. Restando, però, ironicamente in tema di strapotere (questa volta al femminile), cosa vuol dire di preciso DLui: “Donne con la U maiuscola”? Più di qualche misogino conservatore, potrebbe gridare ad un abuso di potere femminile sulla categoria maschile. Dall’altra parte, invece, più di qualche femminista anti-maschilista potrebbe marcare l’accento su una scelta particolarmente misogina che ancor di più assimila, in modo non proprio corretto, una certa integrità e distinzione tra due categorie ancora in conflitto. Ci avevate pensato?

D. H.  “D” è un punto di vista, un modo di vedere le cose. D è un occhio curioso sulla società e sulle sue metamorfosi. Dlui nasce da questa sensibilità. Molto spesso nelle riviste maschili si parla di automobili, soldi e sesso pensando che siano solo quelli gli interessi degli uomini. La moda in quei giornali è molto estrema, di nicchia, per fashionisti quasi inesistenti. Penso che le donne forse conoscono gli uomini meglio di quanto si pensi. Nessun abuso di potere, solo un modo per raccontare storie interessanti a uomini curiosi, straordinari perché normali.   

10) Lei, insieme a molte altre rappresentanti di prestigio, ha preso parte ad un’insolita ambasciata tutta al femminile per l’evento più discusso da diversi mesi: l’Expo di Milano. Immaginiamo sia perfettamente al corrente delle varie polemiche e scandali attorno, quali, ad esempio: in un evento in cui si promuovevano “biodiversità” e “nutrire il pianeta” in modi molto più etici e corretti, cosa ci facevano mega-brands (fast food oriented) e organizzazioni non esattamente in linea con la mission e la comunicazione etica di un simile evento. Come ha vissuto, in ogni caso, la sua esperienza Expo? Sappiamo di lei come una persona attenta, ma anche ironica e pungente, quindi: tutta la verità, solo la verità, nient’altro che la verità! Lo giura?

D. H. Tutta la verità, lo giuro! Expo ha ricevuto molte critiche ma anche molti complimenti. 21Milioni di persone, molti giovani entusiasti. Per noi che abbiamo girato il mondo o avuto accesso a molte informazioni Expo può essere deludente o apparire come un enorme fiera di paese ma andando lì ho capito, ancora una volta che nella vita occorre l'umiltà di accettare che se anche un pezzetto di un argomento come la fame del mondo è entrata nella testa delle persone è già un successo, che le donne hanno avuto uno spazio interessante, che quando ho partecipato a un dibattito su come sarebbero le città se fossero gestite dalle donne, la sala era strapiena ed era un mercoledì mattina, giornata lavorativa in una Milano di solito distratta.

Forse non è stata la manifestazione ideologicamente perfetta, è molto cambiata rispetto al progetto originario ma un effetto l'ha sicuramente avuto. Ha messo insieme persone diversissime che per 6 mesi hanno sentito domande come: “cos'è il cibo sano? Chi produce che cosa? Perché sprechiamo così tanto?”. Alla fine sono contenta di esserci stata, di aver dato il mio contributo.

11) Daniela Hamaui ha diretto diverse testate. Con un background come il suo, quale potrebbe essere un nuovo magazine totalmente inedito da cui davvero ripartire e, magari, di cui assolutamente parlare?

D. H. Questa è una domanda da 1milione di dollari. Credo che la carta stampata avrebbe bisogno di ripartire da zero. Sa qual è stata la mia fortuna nel 1996? Avere la possibilità di creare un giornale che non esisteva, di scegliere la redazione in base all'idea che avevo.

Ecco mi piacerebbe avere carta bianca e inventare un nuovo quotidiano molto diverso da quelli che ci sono in giro.

Biografia di Gugliemo Greco Piccolo

Art director, corporate reviewer e cultural connector, da diversi anni opera nel campo della corporate image, brand design e cultural communication events; cultural informer e visual art reviewer, particolarmente esperto nei movimenti e l’evoluzione del fumetto d’autore come forma d’arte a forte impatto sociale, negli ultimi trent’anni, in Europa e nel Mondo; possiede un’impressionante collezione privata di serie regolari, graphic novels, numeri speciali e riviste di fumetto d’avanguardia internazionale e americano. Per Tablet2.0 è coordinatore tecnico per l’area UK.

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