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Questa Non E’ Una Performance!!! La Performance Art Veste un’Anima Social.

Dalla Biennale d’Arte di Venezia, da Art Basel al Brasile, fin da New York a Berlino, la performance non sarà mai più la stessa. Parola di LIUBA.

Sembra passato ormai un po’ di tempo da quando l’artista-performer riminese LIUBA, irritava con i suoi strilli assordanti in Side by Side alla Biennale di Venezia o coi bollini rossi in Virus, una certa classe dell’arte contemporanea, un po’ troppo impegnata a vendere e svendere in Fiera, in nome dei nomi più o meno consacrati, diverse opere in esposizione, marchiandole con gli appositi bollini rossi al suo passaggio.

Dalla sua sconcertante live performance in Les amantes, eseguita on site in una blasonata galleria d’arte francese, in cui l’artista presa da una strana sindrome di Stendhal, lavora sul confine fra pubblico e privato e sul mistero delle relazioni facendo sesso in diretta con un partner afro-americano appositamente selezionato per la performance  nascondendo entrambi il viso sotto cappucci di magrittiana memoria, sorprendendo inaspettatamente il pubblico presente alla serata inaugurale.

E, non ultima, la strabiliante ed estenuante performance in New York e in altre città europee: The Slowly Project.Take your Time, in cui LIUBA camminando esasperatamente a rallenty sfida letteralmente i ritmi frenetici di una megalopoli come quella statunitense, invitando i cittadini a prendersi il loro giusto tempo , opponendosi ai modelli di una società capitalista che vuole tutti a rincorrere il successo e lo status sociale attraverso una dottrina ossessiva del profitto, sotto una pressione sempre più esasperante che incita ad un accumulo di Capitali ed investimenti non sempre, anzi, quasi mai, a dimensione umana e a beneficio di diverse problematiche sociali.

Potrebbe questo apparire come uno slogan déjà-vu, ma LIUBA è davvero ancora una delle poche artiste per la quale, ogni progetto o idea performativa, riesce ad esprimere direttamente la vera essenza di un’azione creativa che, attraverso ogni possibile intrattenimento o coinvolgimento, diretto o trasversale dell’audience, invita a riflettere e, possibilmente, persino ad agire, laddove le situazioni lo richiedono. Con coscienza, sensibilità e, soprattutto, alma social, di cui, le arti visive e performative, in genere, non possono e non devono mai fare a meno di ispirarsi.

Così, LIUBA, da signora perbene della performance Internazionale, allieva di nomi illustri dell’arte come Omar Calabrese, ora indica altre visioni di nuove performance possibili, sempre in giro in ogni dove, riponendo nell’armadio i suoi sofisticati abiti da top model e i suoi inconfondibili cappelli. Visioni di cui lei stessa ci parlerà direttamente dall’ombra del solleone della Riviera Riminese, proprio mentre Cattelan provoca gli abitanti del luogo, con un’installazione sparsa assolutamente politically incorrect, ma forse, non più di tanto.

Tutto questo, in esclusiva per Tablet2.0.

 

1) Ora sei una performer e video artista il cui lavoro comporta interventi impegnativi, in spazi pubblici e in situazioni. Prima di discutere il tuo lavoro in modo più dettagliato, puoi dirci qualcosa su come è nata “Liuba”; cosa ti ha spinto a diventare un artista e quali influenze, nel caso ci siano, hanno contribuito allo sviluppo del tuo stile e personalità artistica?

L. Innanzi tutto vorrei dirvi che Liuba è il mio vero nome. Il mio secondo nome per l’esattezza, perché ne ho anche uno italiano. E’ un nome russo, e mi è stato dato perché i miei genitori erano in Russia per lavoro. Quando ero piccola, e fino alla recente emigrazione dai paesi dell’est, in Italia nessuno aveva mai sentito questo nome ed era così unico che nessuno lo scordava. I più colti si ricordavano di una poesia di Montale intitolata “A Liuba che parte” o di un racconto di Čechov con la protagonista Liuba. Ma niente di più. Quando cominciai a fare mostre e ad esporre in collettive cominciai a dire ai curatori di mettere solo il mio nome invece che solo il mio cognome. Ma fu solo dal 2000 che decisi di togliere il cognome e tenere LIUBA come nome d’arte.

Ho cominciato da bambina a disegnare, dipingere e scrivere, ed entrambi questi mezzi mi erano congeniali e necessari. Ma quando, ai tempi dell’Università, mi chiedevano se volevo essere una pittrice o una scrittrice, non sapevo rispondere, perché per me erano due linguaggi complementari. Così decisi di lavorare mischiando i linguaggi, e la performance nacque di conseguenza. Le mie prime performance erano lavori in cui, attraverso il mio corpo, facevo interagire le mie immagini e le mie fiabe o poesie, aggiungendo musica, spazio, oggetti. E scoprii che la performance mi piaceva moltissimo. In seguito, non facendo più performance per un pubblico di spettatori, ma scegliendo di lavorare a sorpresa nella vita quotidiana, il video divenne una naturale conseguenza del lavoro e una complementare via di espressione.

Diventare un’artista non è stata una scelta, ma un dato di fatto, qualche volta non voluto, ma necessario. Dico “non voluto” perché mi è capitato spesso (e mi capita ancora) di desiderare una vita ‘normale’ e più strutturata, ma poi non ci riesco, la pancia il cuore e l’emozione prendono il sopravvento e l’unico mondo in cui mi trovo bene è quello che costruisco con il mio immaginario e realizzo con le mie opere. Insomma, non posso fare altro, e a volte mi dispiace, anche se sono contenta e convinta che ciò che sto facendo è la mia strada.

Di influenze ne ho avute molte: cominciando dalla famiglia il papà e lo zio. Mio padre, ingegnere ma grande pittore e appassionato d’arte, mi portava a vedere mostre da quando avevo 3-4 anni, anche se poi, da grande, litigavamo spesso perché lui mi ripeteva che l’arte deve essere un hobby e che bisogna fare altro per vivere. Lo zio era un grande poeta, e un grande ‘performer’ in pubblico nel leggere le sue poesie, e la sua carnalità, insieme alla sua etica e alla sua ironia, mi hanno ispirato tantissimo, sono cresciute con me, anche se magari non me ne accorgevo. E poi sono stati importanti molti altri artisti, poeti, scrittori, filosofi, registi, teorici, musicisti. Baudelaire, Nietsche, Caravaggio, Wenders, Bach, Bataille, Blake, Duchamp…tanto per fare alcuni nomi fondamentali, ma ce ne sono molti altri.

2) Buona parte del tuo lavoro è un commento sul mondo dell'arte contemporanea, sfidando i valori e le operazioni di un certo mercato dell'arte. Al tempo stesso, sei regolarmente invitata da parte di organizzatori di eventi artistici di alto profilo, a dirigere alcune tue performance piuttosto sovversive. Qual è la sua analisi delle relazioni coinvolte in questo particolare aspetto del tuo lavoro; perché pensi di riceve tali inviti e quali compromessi, se nel caso vi siano, tali prestazioni comportano a te come artista?

L. Mi piace questa domanda, perchè rispecchia un po’ come stanno le cose anche se, per dir la verità, la maggior parte delle volte io faccio le mie “surprise actions” e “interactive performances” senza essere ufficialmente invitata dagli organizzatori degli eventi. Mi ci infiltro, andandoci come una visitatrice, o entrando con la vip card, e poi comincio la mia azione. In genere realizzo questo tipo di performance non perché desidero essere vista, ma perché ho qualcosa da dire, e lo dico dentro al sistema che cerco di criticare, al tempo stesso essendone fuori. Mi interessa far nascere dentro lo spettatore delle domande, e porre degli interrogativi. Sì, ammetto che ho un approccio critico sul mercato dell’arte e non mi piacciono molto le sue logiche e i suoi meccanismi, così come non mi piacciono gli stereotipi e i pregiudizi. Mi interessa giocare con l’ironia e la leggerezza per far scaturire nelle persone domande critiche sulla società e sul sistema dell’arte, senza dare una risposta o un mio punto di vista, ma scatenando dubbi e riflessioni. E anche quando sono invitata ufficialmente il mio approccio non cambia e proprio non sono una persona che sa gestire i compromessi.

3) Questa è una domanda molto interessante perchè affronta alcuni punti cruciali del mio operare artistico. Le mie performances e i video da esse ricavati sono parte di uno stesso processo e profondamente congiunti, anzi necessari uno all’altro. Spesso amo chiamarli le due facce della stessa medaglia. Entrambe queste fasi sono lavori autonomi, ma profondamente intersecati.

L. Il progetto della performance appare per primo, spesso come una visione, dove già vedo tutto nella mia mente (il difficile poi è dare forma e corpo a questa ‘visione’ realizzandola concretamente).

Quando concepisco l’azione performativa sono sempre consapevole del fatto che questa avrà delle reazioni da parte del pubblico (o dei partecipanti, per i lavori partecipativi che sto facendo negli ultimi anni), legate inoltre alla specificità del luogo in cui avviene l’azione.

Spesso mi interessa replicare azioni simili in spazi diversi, proprio per indagare la diversa natura antropologica delle persone e delle reazioni, nonché del territorio. Per questo motivo il video che consegue alla performance è di importanza fondamentale per la mia concezione dell’opera, in quanto racchiude in sé la performance stessa, le reazioni delle persone, la realtà geografica e antropologica del luogo, e, non  ultima, l’elemento della casualità.

Senza il video ritengo che il progetto non sia completo, in quanto consente allo spettatore di vedere la “meta-performance”, ossia la performance con tutti i suoi concetti laterali. Inoltre in questi anni sto spostando sempre più l’attenzione sul processo che non sull’opera, sulle persone e le reazioni che non sulla performance stessa, che sto quasi azzerando per puntare sulla vita (v. lavori come 4’33” Chorus Loop dove ho lavorato sullo stare in silenzio con le persone, o Refugees Welcome, dove l’azione è stata invitare i rifugiati in galleria, o in Questa non è una performance dove mi interrogo proprio sui concetti del confine fra arte e vita, verità e finzione..). Il video quindi diventa anche mappatura di un percorso di back stage dove i contatti e le relazioni con le persone fanno parte dell’opera.

Vorrei soffermarmi sul concetto di “casualità”, che è parte integrante del mio lavoro, poiché ritengo che sia una componente importante della vita, e quindi del mio operare artistico. Anche qui parlerei di una medaglia con due facce strettamente connesse: da una parte concepisco la performance in maniera dettagliata e con una quasi maniacale cura dei dettagli, poi sono consapevole che la sua realizzazione prevede il caso e la naturalità: in prima istanza la naturalità la richiedo a me stessa. Preparo tutto meticolosamente, ma per definizione durante le performance io vivo in maniera naturale, quindi faccio tutto ciò che mi viene di fare, senza un copione precostituito. Ossia, c’è una traccia (come per esempio camminare a rallenty, con tutta la concentrazione fisica e psichica che richiede), ma poi c’è la spontaneità dell’accadere, comportandomi seguendo la mia naturalità e le mie emozioni, ed interagendo con ciò che accade.

Il caso è concepito inoltre come elemento fondamentale del progetto in molte delle mie azioni: non so mai cosa succederà, né so quali e quante saranno le reazioni, né posso prevedere, nonostante le indicazioni che dò ai miei cameraman, quali di esse viene poi catturata dalla o dalle videocamere. A tale proposito, è fondamentale che i cameraman siano nascosti e fluttuanti, per lasciare la naturalezza dell’espressione a chi interagisce con la performance.

Inoltre il caso, ossia ciò che accade durante le performance, mi interessa perché diventa una chiave di lettura sull’identità sociale e antropologica del luogo in cui sta accadendo l’azione. Se per esempio la mia performance Virus ad arte fiera di Bologna, nonostante lo choc e la sorpresa di molti galleristi e visitatori, è stata accolta e accettata, non così è stato per la stessa azione alla fiera Sofa di New York, dove fui espulsa con severità, poiché i miei bollini rossi interferivano sulle vendite e quindi andavano a toccare l’argomento “denaro” che in America è tabu. Il confronto fra le due performance, con le diverse reazioni, è diventata una videoinstallazione dove le riflessioni sono di molteplice natura.

4) Il tuo background di studi si fonda molto nella semiotica e tu stessa dici che questo svolge un ruolo importante nello sviluppo del tuo lavoro d’artista. Puoi spiegare, per un pubblico molto più generale, perché questo punto di vista è così importante per te e quali effetti potrebbe avere nella tua vita creativa?

L. La semiotica è la disciplina che studia i segni e il loro meccanismo. Un segno è qualcosa che sta per qualcos’altro, o, come sintetizza Umberto Eco, “tutto ciò con cui è possibile mentire”.

Alla semiotica interessa il segno non da un punto di vista diacronico, ossia storico e filologico, ma sincronico, ossia legato alla sua struttura e alla sua natura stessa. Questo è quello che mi ha affascinato sin da subito della semiotica. L’analisi semiotica smonta l’opera (di qualunque media essa sia, verbale visiva filmica teatrale ecc.) dal suo interno, e ne analizza la costituzione, la struttura, la significanza. E soprattutto mette in relazione un segno con l’altro e il suo significato attraverso categorie concettuali. Avendo un po’ imparato questa metodologia sulle opere altrui, vedo che inconsciamente la applico in un secondo momento anche sulle mie, ma solo dopo averle realizzate. In questo modo divento ancora più consapevole dei segni e dei concetti e dei livelli di significato che affiorano nel lavoro, e delle potenzialità da approfondire.

L’aspetto però più fondamentale per il mio lavoro - e me ne sono resa conto solo a posteriori – è l’uso del simbolo e dei suoi meccanismi. Credo che la maggior parte dei miei lavori abbia a che fare col simbolo, e come il simbolo abbia una differente quantità di strati che si possono leggere a diversi gradi di profondità. In genere sono consapevole, e anzi lo faccio consciamente, che molti miei lavori hanno dei livelli di lettura differenti, e mi va bene che ognuno possa accedere ai livelli che più ritiene consoni o a cui può accedere. Anzi, per sua stessa natura, il simbolo è una nebulosa di significati che si espande in continuazione, come un sasso gettato nell’acqua da cui si sviluppano infiniti cerchi concentrici…

5) Liuba e “Liuba”, vivono strettamente vite piuttosto intrecciate. Puoi darci qualche informazione sulle sfide e le opportunità create dalla relazione della tua persona tra privato e personale; potrebbe questa distinzione significare qualcosa per te o davvero sei, forse, un’opera d'arte vivente?

L. Probabilmente è proprio come tu dici! Non c’è una distinzione fra le due Liuba ed io sono sempre me stessa sia nella vita che nell’arte. Non so nemmeno quale sia il confine fra ciò che è vita e ciò che è arte, e molto del mio lavoro recente è centrato proprio sull’impossibilità di questo confine, anzi, privilegiando la vita rispetto all’arte.

6) Qual è il prossimo step per Liuba; quali cambiamenti percepisci nell'ambiente in cui si sviluppa il tuo lavoro e quali risultati saresti interessata a realizzare in questi cambiamenti?

L. Mi sembra che la società odierna sia diventata molto stancante ed è una sfida continua. La tecnologia e i social network possono essere strumenti utili ma anche molto complicati e difficili da gestire. In questo panorama trovo che sia interessante lavorare sempre più con l’interazione umana e direttamente con le persone. Mi sta molto interessando lavorare con progetti partecipativi,  coinvolgendo persone dentro la performance. Mi interessa creare situazioni dove l’arte e la performance non sono tanto opere in sé e per sé, quanto un strumento per le persone di interrogarsi su sé stessi e di provare esperienze attive. Questa direzione partecipativa che coinvolge persone di differenti estrazioni e territori è sicuramente una direzione che svilupperò ulteriormente in futuro. Nell’ambito di questo scenario tecnologico e velocizzato, mi interessa procedere in una direzione che si interessa della fisicità, della natura, dell’interazione umana e del gioco come mezzo di interazione simbolica e sociale.

 

 

Biografia di Damian Killeen

Fondatore ed ex direttore di Poverty Alliance, é da anni direttamente coinvolto in territorio britannico in public art events. Fondatore con Guglielmo Greco Piccolo di InArt – Art Where You Are, organizzazione impegnata nella progettazione, promozione e comunicazione di eventi multimediali finalizzati allo scambio e allo cooperazione internazionale tra alcuni Paesi Europei e il territorio UK. Per Tablet2.0 è insieme a Guglielmo Greco Piccolo, addetto alle P.R. in territori UK e EU.


Founder and former Director of the Poverty Alliance, is directly involved for many years in Britain in community arts and public art events. Founder with Guglielmo Greco of InArt – Art Where You Are, an organization engaged in the design, promotion and communication of multimedia events aimed at exchange and international cooperation between other European countries and the UK. Involved inTablet 2.0, along with Guglielmo Greco, as P.R. Officer in UK and EU.

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