Diabolik Sisters: La vera storia delle mamme di Diabolik
di Guglielmo Greco Piccolo & Damian Killeen – pictures ©ourtesy of Giuseppe Palumbo e Astorina edizioni
Notizie, Attualità, Fatti (ma più Misfatti) di Report, il Programma più Amato (e Odiato) d’Italia
Londra ore 10.30, stanza d’albergo, per fortuna con clima perché anche nella City oggi, il caldo si preannuncia davvero ai massimi storici.
Navigando tra un sito e l’altro, in cerca di qualcuno del quale parlare, magari coinvolto in programmi in cui non si ha troppa paura di dire le cose come stanno, uno dei nostri headhunters si sofferma su una trasmissione pescata dal web.
C’è una signora che annuncia e sottolinea qualcosa, con voce pacata ed elegante, espressiva e decisa; parla in lingua italiana, muove gesti da performer, fissa dritto negli occhi di chi guarda, nel suo look celtico e faccia che spacca lo schermo, l’intera figura esaltata da uno sfondo scuro e minimal, con due enormi schermi che le fanno da ali. E un logo che si materializza nello schermo a sinistra e poi, nell’altro a destra del video: ‘Report’.
Intanto Damian, uno dei membri della nostra Community, incollato allo schermo del suo Ipad, chiede l’attenzione di tutti i presenti, per poi domandarci: ‘Who she is? She’s terrific!!’ “E’ Milena Gabanelli, autentica icona”, ci spiega uno dei freelancer italiani coinvolti in Tablet.
“Sicuramente starà denunciando uno dei tanti misfatti di mala politica o bad practice per cui il format è stato creato. Se sei in Italia le cose non le puoi denunciare, così a piede libero; non apertamente e sfacciatamente almeno, non senza che ti succeda qualcosa.
Puoi però raccontarle e ‘Report’ è uno dei programmi più seguiti dagli italiani, milioni di italiani che ogni domenica si inchiodano allo schermo, si indignano, si disgustano e inorridiscono, magari s’incazzano, anche. Il giorno dopo, però, chissà perché, tutto procede esattamente come prima”. In uno di suoi ultimi viaggi nel Belpaese, in un bar superaffollato, a Bologna, il nostro collega racconta mentre ascoltava alcuni commenti circa uno dei tantissimi casi strani riguardo la situazione delle acciaierie tra i diversi Paesi che ottengono di tutto di più dall’UE e il caso ILVA, tormentone mediatico internazionale che, invece, sembra essere diventato figliastro sacrificale di un disegno europeo che in realtà, occulta molti interessi, a cominciare proprio dai competitor stranieri che, proprio con la morte definitiva dell’ILVA, metterebbero finalmente le mani su un mercato super redditizio. Provate un po’ a immaginare i numeri per gli altri produttori di acciaio, rimasti nella piazza. Capito ora?“.
Alcuni dei compagni al banco di questa persona contestavano la veridicità della notizia, prima della risposta dalle paroline magiche del distinto avventore: ‘No, no, sul serio, l’abbiamo visto io e mia moglie a ‘Report’, ieri sera’, concluse infine.
E’ così che Milena Gabanelli con la sua verve molto garbata, professionale e, soprattutto, votata ad un’informazione che somiglia moltissimo ad un format da ‘servizio pubblico’, non troppo presenti nei canali di Stato negli United Kingdom, concentra tutta la nostra attenzione.
Da quel giorno è trascorso circa un anno, per documentarci, informarci, seguire tutto quanto sia possibile tra diverse trasmissioni tematiche, assolutamente ben condotte in ‘Report’ che, fin dalla sua prima apparizione nel 1993 su RAI 3, uno dei tre canali di Stato più seguiti, inizia le sue sfide per rendere il più possibile pubbliche, le tante anomalie per risvegliare, forse, in una coscienza molto più consapevole e propriamente informata, gli svariati milioni di cittadini italiani che oggi scrivono, suggeriscono, inviano alla redazione di ‘Report’ altri fatti e misfatti, altre possibili storie, come per offrire segnali tangibili da cittadinanze che considerano oggi il format di Milena come uno dei pochi strumenti di denuncia, a testimonianza di quell’Italia ancora pulita, onesta e reattiva contro tutta una serie, ormai storicizzata, di ingiustizie e abusi.
E’ incredibile, infatti, quanto onestà e trasparenza, intellettuale e stilistica di un programma d’informazione, anche se a volte troppo amaro e duro da ingoiare, riesca incredibilmente a fare scuola e tendenza attraverso ogni singola inchiesta, per moltissimi giovani e cittadini che vogliono un cambiamento, in tutto o quasi e a tutti i costi.
I costi sono quelli che questa brillante e coerente Signora dell’Inchiesta ha dovuto fronteggiare in non poche occasioni, in cui ‘Report’ rischiava il definitivo oscuramento, collezionando diverse denunce, querele e minacce, sempre finalizzate allo stesso obiettivo: tappare la bocca e per sempre a chiunque cerchi di fare il suo mestiere per come andrebbe realmente svolto. Oggi a distanza di quasi un anno, dal giorno in cui era chiusa in quella stanza d’albergo londinese, Tablet Community si domanda come mai, neppure in un Paese democratico e liberale come il Regno Unito, nessun programma simile è mai apparso in programmazione dei canali di stato. E non di certo perché nel resto dei Paesi dell’UE e d’Oltremanica non ci siano cose significative e scandalose di cui parlare e denunciare all’attenzione del pubblico, anzi, proprio l’opposto.
La lunga e seguitissima trasmissione di ‘Report’, porteranno addirittura Milena Gabanelli a un passo dalla sua candidatura a Presidente della Repubblica Italiana, su votazione maggioritaria interna al Movimento 5 Stelle, con la più serena tra le decisioni finali di rinunciarvi, ringraziando pubblicamente il partito e il suo potenziale elettorato. Per moltissimi, avrebbe potuto persino farcela.
Abbiamo desiderato chiedere direttamente a Milena Gabanelli, quanto costa oggi essere una giornalista investigativa e perché rischiare la propria carriera e forse, molto di più, nello spingere l’informazione così al limite, persino a un passo dall’incredibile.
1) Signora Gabanelli, Tablet Community la ringrazia per essere tra i nostri ospiti più graditi. Leggendo le sue note biografiche si è occupata con telecamera in braccio di casi indubbiamente molto rischiosi, fin dal momento del suo esordio come giornalista e inviata di guerra: Cambogia, Mozambico, Sudafrica, ex Jugoslavia, Cecenia e molte altre zone veramente calde. In più, un faccia a faccia con la Yakuza giapponese, considerata una tra le mafie organizzate in assoluto più cruente e spietate al mondo. Insomma, vocazione spontanea per un certo estreme journalism o non aveva altre scelte per lavorare in questo campo?
M.G. All’epoca non avevo altre scelte. Non ero (e non sono) una dipendente della Tv Pubblica, ma freelance e occorreva lavorare a basso costo. Siccome collaboravo con una magazine di informazione, ho individuato nel video giornalismo una possibilità, dove però la forma veniva per forza trascurata (essendo da sola a fare tutto con una HI8). Doveva pertanto essere compensata dalla qualità dei contenuti. E’ nata così la ricerca di storie che nessuno raccontava, e al tempo stesso le circostanze giustificavano immagini “sporche”.
2) Se gli USA hanno avuto un produttore di arachidi come presidente e un famoso attore di B movies, perché proprio l’Italia, nel 2013, non avrebbe potuto neppure aspirare ad avere un Presidente donna, indiscutibile punto di riferimento del giornalismo investigativo? Tantissimi milioni di italiani l’avrebbero votata. Cosa la spaventava esattamente di quella sua candidatura?
M.G. Non mi spaventava nulla, semplicemente non ritengo di avere la competenza richiesta alla massima carica dello Stato. Non credo che tutti possano sempre fare tutto, ma debbano al contrario essere messi nella miglior condizione per dare il meglio nel loro ambito di conoscenza. Comunque a votare non erano milioni di italiani, ma il Parlamento, che non aveva nessuna intenzione (a parte il movimento che mi ha proposto) di puntare sul mio nome. Quindi accettare sarebbe stato un’inutile gesto di vanità che avrebbe invece poi penalizzato la credibilità del mio lavoro.
3) Le andrebbe di giocare un po’ con Tablet? Lei è laureata al Dams in ‘Storia del Cinema’. Noi siamo registi e produttori di un film italiano di fanta-politica dal titolo: I am the President in cui lei, senza alcuna possibilità alternativa di scelta, diventa la nuova inaspettata Presidente della Repubblica Italiana. Perché sono tutti gli italiani a chiederglielo. Nel film le viene richiesto di fare almeno dieci nomi, tra nazionali e Internazionali (non solo necessariamente tra attori di B movies, produttori o costruttori di hotel o golf clubs) che lei dovrà scegliere per l’assegnazione di alcuni Ministeri, per capacità e ispirazione. Saprebbe immaginare quali e perché, molto brevemente?
M.G. Se devo prendere il gioco sul serio, mi prendo una ventina di giorni, da dedicare esclusivamente a questo, e poi le rispondo. Non si improvvisa un Governo snocciolando su due piedi i nomi che ti piacciono…anche se spesso avviene proprio così, magari nel corso di una cena, e infatti vediamo i risultati nefasti.
4) Quanto ha inciso nella sua carriera professionale lavorare come inviata per Speciale Mixer con il giornalista Giovanni Minoli, altra figura molto discussa e contrastata in quegli anni. Già da allora, nella sua immaginazione, apparivano le prime visioni future del format ‘Report’?
M.G. Ha inciso moltissimo perché mi ha dato fiducia in un momento in cui avevo molta volontà ma nessun curriculum, e mi ha dato il tempo per costruirmelo senza nessun vincolo legato agli argomenti o al come trattarli. La visione di Report è stata la naturale evoluzione di quel percorso.
5) Se più o meno, in quasi tutta l’Europa, l’attendibilità e la veridicità di una notizia passano, nell’immaginario collettivo, attraverso le news di un brand come ‘Al Jazeera’, per milioni di italiani una certa credibilità ed effetto pubblico di uno o più casi, passano decisamente per ‘Report’. In effetti, in diverse tra le sue trasmissioni, erano molto spesso poste a confronto le migliori prassi rilevate da altri territori rispetto alle cattive prassi esercitate in territorio italiano. Eppure, di situazioni poco chiare e contorte, perpetrate ai danni di moltissimi cittadini contribuenti e abusi di ogni genere, accadono anche in altre Nazioni. Perché parlare soltanto del peggio invece del meglio di quanto accade tra una o più nazioni, Italia inclusa, secondo lei?
M.G. Report è un programma investigativo che ha come target principalmente il paese in cui è trasmesso, e credo che le denunce siano più costruttive se accompagnate (dove è possibile) da un’ipotesi di soluzione. In 20 anni di trasmissioni abbiamo raccontato anche le distorsioni di altri Paesi, e abbiamo anche mostrato i casi in cui il nostro sistema è migliore a confronto con situazioni estere, a cui magari si aspira, come nel caso del sistema scolastico pubblico o della sanità.
6) A seguito di molti dei suoi servizi che indagano sull’operato non sempre etico e equo di diverse istituzioni e multinazionali, italiane e straniere, i cittadini sembrano aver perso fiducia e qualsiasi speranza nella credibilità di molti di questi soggetti. Continuano però a credere nella trasparenza, utilità, onestà ed efficienza di strumenti d’informazione intesi come servizio pubblico che ‘Report’ ha sempre dimostrato di essere, fin dal giorno della sua prima apparizione. E’ possibile però che un programma televisivo possa pesantemente condizionare l’opinione pubblica alimentandone esponenzialmente la sfiducia e, possiamo dire, un certo odio collettivo verso un sistema di ideali e concetti oggi considerati irrecuperabili? In breve, potrebbe un format come il suo, nuocere fino a fomentare una possibile rivoluzione socio-culturale? Se uno scrittore come Erri De Luca, fu investigato per Reato d’opinione, incitamento a delinquere, per aver detto: “Hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni, per la TAV, il sabotaggio è l’unica alternativa” (source: Il Fatto Quotidiano, 24 febbraio 2014), cosa impedisce uno Stato di accusare anche Milena Gabanelli e la sua trasmissione come strumento di contro-informazione ai danni di quei sani principi di una Repubblica?
M.G. Report aiuta i cittadini a “ricordare”, poiché la nostra classe dirigente si ricicla in continuazione. Non abbiamo mai fomentato alla rivolta sociale o ad alcun atto violento, bensì crediamo che con un’informazione il più possibile oggettiva e verificata siano possibili scelte migliori. A dire il vero io sollecito spesso i cittadini ad essere più presenti e attivi nelle scelte e non ho mai nascosto il mio pensiero: se oggi l’Italia sta andando alla deriva la responsabilità è anche nel disinteresse dei suoi cittadini, molto abili al lamento collettivo, ma raramente disponibili a dedicare tempo all’interesse pubblico o, quando è il caso, a metterci la faccia.
7) In una recente puntata di ‘Report’ vi siete soffermati riguardo la chiusura delle frontiere (molti di loro li chiamano ‘controlli’) di Paesi come l’Austria, Germania, Francia, ex Jugoslavia, ed altri ancora, impegnati a impedire i flussi migratori, lasciando, definitivamente l’Italia ancora più isolata ad affrontare un’emergenza così epocale. Perché ‘L’Italia Frontiere non ne ha’. Nelle peggiori delle emergenze, però, i blocchi navali potrebbero aiutare e non poco, non trova? Nel promo lei parla però di questa situazione come possibile trasformazione da dramma in ‘macro progetto d’impresa’. Cosa intende, esattamente?
M.G. I popoli che fuggono dalla guerra hanno il diritto alla tutela internazionale, e quindi non possono essere respinti. E con il cordone di navi cosa fai? Speroni i barconi? Se tutti chiudono le loro frontiere noi non abbiamo scelta. Credo che pragmaticamente occorra mettere in piedi un sistema di accoglienza diverso da quello che abbiamo oggi, dove sul migrante si specula senza ritegno. Credo occorra pensare un sistema a gestione completamente pubblica con supervisione europea, dove tutti i migranti vengono identificati, formati ed educati alle regole della democrazia europea. Poi ogni paese si prende la sua quota. In questa operazione l’Europa ci deve finanziare e obbligare gli stati membri a rispettare gli impegni. Questo per noi vorrebbe dire: sistemare tutte le caserme per trasformarle in luoghi di accoglienza e formazione, assumere insegnanti, medici e psicologi, rimettere in moto l’edilizia, e infine avere la situazione più sotto controllo. Il piano prevede anche di applicare 40 giudici dedicati solo al contenzioso enorme che riguarda la definizione di status di coloro che si dichiarano richiedenti asilo ma in realtà sono migranti economici. Oggi ci impieghiamo 2 anni, mentre si potrebbero impiegare solo pochi mesi. Coloro che non hanno diritto all’asilo devono essere rimpatriati. Ma su questo punto la storia è più complicata perché occorre fare accordi bilaterali con i paesi d’origine, e a questo non possiamo provvedere da soli. Una organizzazione del genere sarebbe un vantaggio per noi e per i paesi del nordeuropa. Il progetto, sottoposto all’attenzione del Commissario Europeo, è stato valutato molto positivamente. Vedremo se la pensa così anche il nostro governo.
8) La tag ‘Austherity’, a conferma di molti opinion leader come Varoufakis, ad esempio, e Lorenzo Marsili di ‘European Alternatives’, altro non è che una scusa per mascherare gravissime strategie de-responsabilizzanti. Qual è il suo punto di vista in proposito?
M.G. Alla fine degli anni 90, per costruire una nazione a moneta unica sono entrati Paesi che non avevano i conti a posto, lo sapevano tutti, e finchè l’economia tirava si è riusciti a mascherare il problema, quando la crisi è esplosa è esploso il debito e tutta la fragilità di un’Unione che di fatto non c’è. I vincoli fanno comodo solo alla Germania e impediscono ai paesi più indebitati di riprendersi. In questo quadro ci sono poi le responsabilità dei singoli governi, che non hanno né un programma né una visione di sviluppo. Di sola austerità si muore, ma anche con una classe politica priva di idee non si va lontano.
9) Malgrado le difficoltà del momento, l’Italia ha comunque proposto un possibile programma di reintegrazione immigrati, ovviamente bocciato, come quasi la maggioranza di altri presentati. Sul fronte immigrazione, però, perché sanzionare solo Italia, Grecia e non chi, pur avendo siglato gli stessi accordi, decide di trasgredirne arbitrariamente le stesse linee guida? Crede che sia in atto un macroscopico sabotaggio anti-Italia? Alla fine, la proposta di reintegrazione annunciata dal Governo Merkel nell’assumere immigrati, alcuni di essi molto referenziati alla modica retribuzione di €1/2 orari, non dovrebbe essere valutata d’UE come sfruttamento o addirittura schiavitù, speculando sull’altrui disperazione?
M.G. Credo che la storia sia più complicata di così. Intanto l’errore sta negli accordi di Dublino, siglato da tutti i paesi inclusa l’Italia, per cui il primo paese che ti identifica è anche quello in cui fare richiesta di asilo. Un’assurdità che è auspicabile venga rivista. Poi c’è l’enorme flusso di migranti economici, che hanno tutto il diritto di cercare una miglior vita, ma quando i numeri diventano così imponenti ogni paese deve affrontare un problema di stabilità interna. Ci indigniamo giustamente per la proposta Merkel, ma ricordiamo che la Germania offre un sussidio, in Italia c’è il caporalato. In sostanza ci attende un periodo in cui occorre trovare soluzioni pratiche e realizzabili, senza strumentalizzare le paure da una parte, o un non praticabile eccesso di buonismo dall’altra. Con milioni di persone alle porte (perché questa sarà la situazione nei prossimi anni) occorre essere molto razionali e smettere di perdere tempo in chiacchiere…ben sapendo che i governi devono evitarli i conflitti, non crearli.
10) In tutti questi anni, ‘Report’ ha affrontato diversi scandali a tutti livelli, accaduti non soltanto in Italia ma anche in diversi Paesi. Non le è mai passato per la mente di inviare la sua squadra a investigare sulle varie ‘pratiche incompetenti’ che la Commissione Europea sta da qualche tempo cercando di imporre? Una fra tutte: l’introduzione di ingredienti non proprio salutari e sostanze chimiche che altererebbero e non poco, qualità, identità e marchi di garanzia di prodotti tipici, se immessi impropriamente nei diversi cicli di produzione?
M.G. In diverse delle nostre puntate si è affrontata la questione delle direttive europee in materia di etichettatura dei prodotti alimentari e lo scorso anno abbiamo dedicato una puntata al TTIP, un trattato di cui si conosce pochissimo.
11) Quanto è importante, per lei, il sostegno e il rispetto del pubblico di ‘Report’? E quanto conta la sua squadra di giornalisti che con lei hanno scelto veramente di rischiare?
M.G. Da un punto di vista personale, il sostegno dei telespettatori mi da forza, e visto che non riesco ad avere tempo per altro, mi fa anche compagnia. Il mio timore a volte è quello di non essere all’altezza delle aspettative. La squadra invece è diventata la mia famiglia, senza di loro Report non esisterebbe. Non serve aggiungere altro.
12) Se un giorno ‘Report’ dovesse essere irrimediabilmente oscurata, penserebbe di creare un format simile in un Paese come United Kingdom o altri ancora?
M.G. E perché dovrebbe essere oscurata? Noi andiamo in onda sulla tv pubblica e facciamo servizio pubblico! Per la Rai è importante avere un programma come il nostro, qualunque sia il governo di turno: non costiamo molto, abbiamo una resa alta, nei tribunali fino a questo momento ce la siamo sempre cavata bene… Per quel che riguarda i paesi anglosassoni… non credo di avere alcunché da insegnare.
13) L’Europa è ancora un sogno davvero perseguibile, secondo lei, dal momento che la vera Europa, non è mai stata neppure strutturata, se non esclusivamente per evidenti interessi economici?
M.G. Non abbiamo alternative, se non quella di costruirla sul serio. Disfarla sarebbe una sconfitta e una perdita di credibilità internazionale con ricadute veramente disastrose. Il fatto che il Regno Unito decida di stare per conto suo la indebolisce un po’, ma in fondo non è veramente mai stato della partita.
14) Da una o più scuole di giornalismo, diversi giovani talenti le chiedono di fare esperienza con lei. A qualsiasi condizione, pur di essere con lei. Quali requisiti cercherebbe essenzialmente nei loro curricula, senza false illusioni e sogni senza glorie del caso?
M.G. L’organizzazione del programma è molto diversa dalle classiche redazioni, dove ruotano i praticanti e piano piano crescono le professionalità. Noi siamo un gruppo di freelance e ogni autore lavora da casa coordinato da me e da un piccolo gruppo di assistenti che fanno un lavoro di supporto. Chi bussa alla nostra porta di solito ha già fatto esperienza di giornalismo d’inchiesta in altre testate giornalistiche. Tuttavia gli studenti mi scrivono spesso per chiedere di fare esperienza da noi, ma nei curricula non c’è mai l’indicatore di talento, quello emerge solo dal lavoro fatto. Quello che cerco all’inizio è la capacità di non demordere, che banalmente si manifesta nel “saper insistere” . Chi possiede questa caratteristica di solito è molto determinato, e quindi deve solo riuscire ad avere un’opportunità. Quando è possibile noi gliela offriamo attraverso l’affiancamento ad un autore. Deve fare un lavoro di bassa manovalanza, ma segue l’inchiesta dall’inizio alla fine. In questo percorso, devo dire piuttosto lungo, nel tempo è emerso qualche talento, che alla fine è entrato a pieno titolo dentro la squadra operativa.
Art director, corporate reviewer e cultural connector, da diversi anni opera nel campo della corporate image, brand design e cultural communication events; cultural informer e visual art reviewer, particolarmente esperto nei movimenti e l’evoluzione del fumetto d’autore come forma d’arte a forte impatto sociale, negli ultimi trent’anni, in Europa e nel Mondo; possiede un’impressionante collezione privata di serie regolari, graphic novels, numeri speciali e riviste di fumetto d’avanguardia internazionale e americano. Per Tablet2.0 è coordinatore tecnico per l’area UK.
di Guglielmo Greco Piccolo & Damian Killeen – pictures ©ourtesy of Giuseppe Palumbo e Astorina edizioni
