Milena Gabanelli: Ritratto di Vostra Signora Inchiesta
di Damian Killeen & Guglielmo Greco Piccolo – pictures Courtesy of Milena Gabanelli
Giuseppe Palumbo, disegnatore di Diabolik racconta nuove visioni di terrore
A poco più di Cinquant’anni dall’uscita ufficiale del primo numero di Diabolik, Il Re del Terrore made in Italy, nel 1962, la memoria delle due creatrici, Angela e Luciana Giussani, continua a restare viva e a suscitare curiosità verso due sorelle monelle che contribuivano ad una vera e propria rivoluzione socio-culturale, in un Paese ancora assopito e ormai votato all’affannosa rincorsa di status e modelli medio-borghesi che la Società del Nuovo Consumismo di allora, promuoveva a ritmi a dir poco martellanti e assoluti.
Angela e Luciana Giussani, ragazze perbene della Milano imprenditoriale del tempo, appartenevano a quella generazione di una categoria femminile che invece di scegliere il comfort e l’invalicabile linea di confine tra benessere e status-symbol imposte dalla società di allora, decidevano di oltrepassare ogni limite consentito soltanto ad una sfera molto più immaginativa, mettendo al mondo la loro creatura più scomoda e oltraggiosa: Diabolik, il Re del Terrore; anti-eroe nato da quell’oscura creatività e forse, frutto proprio di quella stanchezza sociale, piatta e noiosa a cui un certo lifestyle di allora, molto spesso obbligava.
Nato inizialmente come testata per intrattenere le migliaia di pendolari, in attesa delle coincidenze dirette alle rispettive località lavorative, sparsi tra le diverse stazioni dell’hinterland lombardo, Diabolik diventerà, nel corso di mezzo Secolo, un’autentica icona pop di matrice dark, tanto da ispirare registi, designer, scrittori e artisti che ancora oggi, celebrano l’alter-ego di due ragazze-bene, anche se per certi versi ribelli e controcorrente.
Angela Giussani, nasceva a Milano, nel 1922 e dopo un’intensa carriera come modella, pubblicitaria, scrittrice e editrice, scompare nel 1987. Luciana Giussani nasce sei anni dopo sua sorella e in seguito agli studi compiuti in Germania, sarà coinvolta da Angela, dopo i primi 13 numeri, per contribuire alla creazione delle vicende del personaggio più inconsueto e sequestrato dalla censura italiana del tempo. Non pochi, infatti, sono stati i tentativi di arrestare (è davvero il caso di dire) la pubblicazione di Diabolik, re dell’oltraggio e della pubblica offesa (per la mentalità di allora) ma, la determinazione e l’enorme successo delle Diabolik Sisters, sono riuscite a portare la distribuzione e la popolarità del loro anti-eroe alla traduzione in sette lingue per estendere la diffusione in un immaginario Internazionale ancora oggi determinante e presente.
In seguito alla scomparsa della sorella Angela, Luciana Giussani continuerà a mantenere le redini della casa Astorina e la tiratura delle copie della collana, fino alla sua scomparsa nel 2001, cedendo nel 1999, la direzione generale della casa editrice a Mario Gomboli, a capo di uno staff tecnico e commerciale del brand editoriale, che sembra non aver fatto soffrire troppe ricadute negative su un successo difficile da scalfire o intaccare.
Un fenomeno sancito grazie anche dalle storie di autori e da matite e inchiostri di disegnatori ed artisti, Tito Faraci tra i primi, che hanno deciso di continuare a dare volti e immagini alla creatura di Angela e Luciana Giussani. Dopo Enzo Facciolo e Edgardo Dell'Acqua, cui seguirono Flavio Bozzoli, Glauco Coretti, Lino Jeva, Armando Bonato, Brenno Fiumali (alle chine) e nei '70 Alarico Gattia, Sergio Zaniboni, Giorgio Montorio e Franco Paludetti, Diabolik continua a mettere a segno, ogni crimine e assassinio possibile, grazie alle matite di uno dei suoi disegnatori contemporanei più consacrati: Giuseppe Palumbo, artista che di oltraggi e personaggi avant-garde e fuori dagli schemi è riuscito oggi a farne una griffe. Il suo segno distintivo e la raffinatezza della sua arte grafica ha portato il Re del Terrore ad essere riconosciuto tra i personaggi-icona celebrati non solo in Italia ma anche in diversi paesi Europei, come testimonianza tangibile del genio controtendenza che le Sorelle Diabolike, Angela e Luciana Giussani, hanno regalato e consegnato ad una certa mitologia, immaginativa e urbana. In realtà, il mito si scinde in due, anzi, in tre, perché un personaggio così negativo e penetrante, forse una delle primissime leggende urbane della creatività di quel tempo ha, alla fine, amplificato e catalizzato maggior interesse e intensità sulle vite delle sorelle Giussani, figure fondamentali di rottura di una certa storia culturale italiana d’avanguardia.
Giuseppe Palumbo, portavoce visivo delle tavole di Diabolik, arriva alla ribalta come creatore e disegnatore ufficiale di “Ramarro – The First Masochistic Super Hero”, superstar dei personaggi di punta della prestigiosa rivista “Frigidaire”, fondata da Vincenzo Sparagna, Filippo Scozzari, Stefano Tamburini che vedrà in seguito il coinvolgimento di firme di punta dell’arte visiva italiana quali: Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Francesca Ghermandi, Lorenzo Mattotti, Igort, solo per citarne alcuni.
Il tratto e lo stile del Diabolik a firma di Giuseppe Palumbo, sono considerati da moltissimi lettori e fan dell’artista materano, una delle testimonianze visive più caratterizzanti e riconoscibili tra le moltissime facce del criminale cambia-volto più glamour e stylish di tutti i tempi. Infatti, il primo numero in edizione speciale, finemente cartonata con tanto di ologramma, rivelante la primissima copertina e quella dell’esordio ufficiale di Giuseppe Palumbo in remake, è divenuto tra gli oggetti-culto più ricercati e collezionati da appassionati di arti visive popolari di tutte le generazioni; complici due sorelle terribili, un supercriminale, ancora oggi disturbante e imprendibile e le tantissime leggende urbane pronte a contrastare ogni possibile reazione bigotta e provinciale di quel sano perbenismo, molto spesso ancor più corrotto e disgustoso del personaggio in sé o delle stesse creatrici.
Molte domande però, ancora senza risposta e mai apertamente rivolte, rafforzano il mistero sulle ragioni e i tantissimi perché un personaggio così tanto negativo è diventato quasi un manifesto contro ogni possibile legge morale. Un’icona alla fine nata dalla contraddittoria (più di qualcuno griderebbe “contorta”) creatività e irriverenza di due sorelle davvero molto perbene, perché in risposta al concepimento di un personaggio così perverso, immorale, dissacrante e totalmente illegale, le sorelle Giussani hanno altresì sostenuto campagne sociali contro l’uso di droghe e l’abuso di eccesso di velocità per le strade, ancora adesso, due dei fenomeni più preoccupanti in territorio italiano. Cos’è allora che mantiene ancora viva nel tempo, nei tempi, una urban legend così forte e immortale come Diabolik - il Re del Terrore? Alcune di queste domande, senza macchia e senza paura, sono state rivolte proprio a Giuseppe Palumbo, testimonial illustratore d’eccezione per Tablet2.0.
1) Bello incontrarti, Giuseppe. Ovviamente, il nostro Big Team, sa tutto o quasi di te. Già dai primissimi anni Ottanta, le tue capacità creative, da Ramarro, Tosca la Mosca, fino ad altri personaggi ancora, quasi sempre di rottura, classificavano la tua identità di artista tra i nomi decisamente da esportare. Poi Diabolik - il Re del Terrore, ti lancia un messaggio di sfida: dargli un refresh di segno e stile. In qualche maniera, l’hai sentita come una grande responsabilità o un privilegio da non perdere?
G.P. Il piacere è assolutamente corrisposto e ricambiato. Quando, quasi 15 anni fa, ho accettato l’invito a disegnare il remake del primo numero di Diabolik, in occasione del quarantennale dalla sua prima uscita, avevo alle spalle già altri 15 anni di lavoro. Il mio esordio ufficiale avviene infatti a metà anni Ottanta e la mia fortuna di autore l’ho guadagnata a colpi di eroi scomodi, estremi, disturbanti come Ramarro, il primo supereroe masochista; ma ero anche uno dei disegnatori dello staff di una delle serie più amate della casa editrice Sergio Bonelli, Martin Mystére, creato da Alfredo Castelli. Diabolik mi ha dato la chance di essere, allo stesso tempo, il disegnatore dinamico, violento, duro che ero stato con Ramarro e il disegnatore di un serial popolare molto amato e con regole di narrazione molto precise, come ero stato per Martin Mystére. In più, sebbene non fossi mai stato un gran lettore della serie, riconoscevo in Diabolik una serie di potenzialità grafiche che di anno in anno, un pezzo alla volta, sto cercando di realizzare. E poi ho subito sentito la responsabilità di avere a portata di pennello una vera icona pop della cultura visiva italiana: non potevo lasciarmi scappare una occasione del genere!
2) Angela e Luciana Giussani: streghe moderne o geni incompresi? Come le descriveresti?
G.P. Penso che siano state due geni moderni! Né streghe, né incomprese! Hanno saputo interpretare il gusto di un pubblico enorme e la loro casa editrice lo fa ormai da oltre 50 anni. Il mio rammarico maggiore è di non averle conosciute, ma spero di star proseguendo lungo il solco che hanno cominciato a scavare nel 1962.
3) Restando sempre concentrati sulle figure delle creatrici di Diabolik, perché secondo te, le sorelle Giussani, rischiarono socialmente così tanto, in quel momento? Cosa le aveva spinte a tanto? E ancora, perché un Paese in un periodo in fase di espansione socio-culturale come l’Italia, reagiva così energicamente nei confronti di chi, in fin dei conti, aveva creato qualcosa di assolutamente immaginario? In breve: che cosa tentavano di dire le Giussani, a proposito dell’Italia e perché l’Italia aveva così tanta paura di due ragazze perbene?
G.P. Erano due belle signore della “Milano bene”, in pieno boom economico e alle soglie di un profondo cambio sociologico e antropologico. Dalla loro posizione privilegiata, hanno potuto trovare una formula narrativa che con semplicità e concretezza, con crudezza ma senza cinismo, conservando una serie di valori morali condivisibili da ogni strato sociale, potesse raccontare un mondo di grandi ricchezze e di nobiltà decadute (pensiamo a film come La Dolce Vita, degli stessi anni) e di gente semplice animata da una gran voglia di riscatto economico e sociale, sedotta spesso dalla velocità del crimine. In questo mondo, Diabolik e la sua amata Eva Kant diventano il catalizzatore di situazioni che fanno esplodere o che sfruttano lo scontro in atto. E lo fanno mettendo in essere, il recondito desiderio di ognuno di noi: di soddisfare le proprie ossessioni, di amare e di essere amati in maniera totale. In una Italia bigotta, papalina, ben pensante, la stessa che stigmatizzava figure come Pasolini o persino Fellini con La Dolce Vita, Diabolik era un altro nemico da combattere proprio perché portava alla luce tutta la parte oscura che c’è in noi e che i modi della vita borghese, cattolica, di destra come di sinistra, volevano che restasse nascosta e da reprimere. Se leggiamo oggi le prime storie di Diabolik, restiamo sconcertati dalla ingenua semplicità dei rapporti sociali tratteggiati dai personaggi che animano quelle storie, eppure all’epoca erano terribilmente veri e scomodi da accettare. Il mondo degli anni Sessanta, specie in Italia, richiedeva a gran voce cambiamenti e Diabolik ha avuto il suo ruolo in questo, senza però eccedere, senza diventare mai splatter o eccessivamente cinico, debordante. In questo veniva fuori la classe di due gran signore quali erano le sorelle Giussani.
4) Come ben immagini, nel ruolo di un mestiere come il tuo, molti artisti visivi ambiscono ad essere o, almeno a diventare, ottimi scrittori e, viceversa, molti autori ad essere o diventare indimenticabili illustratori. In una seconda vita, in una scelta decisamente condizionata, in quale dei due ruoli ti piacerebbe reincarnarti e, alla fine, perché?
G.P. In realtà, nonostante io sia considerato ormai più un disegnatore che un autore completo, lo sono stato e continuo a esserlo. Ho svariati progetti di miei libri aperti (anche uno con Ramarro protagonista, back in action!), in attesa che mi chiedano di essere portati a compimento, in attesa che maturi il tempo affinché trovino la loro vita editoriale. Scrivo e disegno, insomma, di continuo e posso dire di aver soddisfatto sempre entrambe le mie ossessioni.
5) Se fossero entrambe ancora qui tra noi, cosa ti sentiresti di chiedere a due leggende assolutamente reali, come le sorelle Giussani, con la massima onestà e sincerità?
G.P. Chiederei loro di scrivermi una storia, crudele e delicata, veloce e meditata come solo loro sapevano fare. E poi chiederei loro il permesso di lasciarmi massima libertà nel reinterpretarla con il mio stile. Niente di più.
6) Diabolik era nato in un particolare momento socio-economico della scena italiana, forse Internazionale, quale rilevanza ulteriore pensi possa avere nello scenario di oggi? E perché?
G.P. Il momento attuale, a mio avviso, richiede di nuovo personaggi scomodi. E forse in una scena come questa, sempre disposta ad accettare personaggi estremi anche se solo in maniera volgare e superficiale, un vero personaggio scomodo può essere ancora un personaggio come Diabolik, che ama una sola donna, che non uccide per il gusto di farlo, che quindi richiama alla nostra attenzione una dimensione etica (non un banale moralismo!) ormai merce rara. Un mondo globalizzato e reso uniforme dal mercato di massa, un mondo da reality show, che banalizza anche le sue forme più estreme di espressione annullandone così il valore eversivo, Diabolik ci appare più vero e significativo che mai. Una bella sfida per chi dovrà pensare storie sempre nuove e per chi, come me, dovrà disegnarle.
7) Se tu fossi uno dei tre personaggi di punta in Diabolik (Diabolik, Eva Kant, ispettore Ginko), in quali di questi ti riconosceresti e perché?
G.P. In ognuno di loro c’è qualcosa che mi attira. Ma in buona sostanza, anch’io come ognuno di loro tre, inseguo da una vita le mie ossessioni (il disegno e la narrazione) e amo la stessa persona. Sembra una forzatura, ma vi assicuro che in fondo non lo è. Il perché è quella scelta etica di cui parlavo prima: sento che solo in questa modalità, si possa trovare una parvenza di senso al generale flusso caotico della vita.
8) Il tuo è un segno che si modifica in rapporto alla storia o concept da illustrare. “Diario di un Pazzo” di Lu Xen, “Ramarro”, fino al tuo ultimo personaggio: “EternArtemisia”, esprimono chiaramente queste caratteristiche nel tuo lavoro di artista. In Diabolik, però, malgrado alcune differenze stilistiche ed espressive, i personaggi chiave della collana, al di là delle ambientazioni, senz’altro più dettagliate e ricche, continuano a mantenere più o meno alcune reminiscenze in memoria dei tuoi predecessori. E’ una scelta emotiva, editoriale o cautamente strategica, magari per non disorientare troppo i lettori? Come lo spiegheresti?
G.P. Chiaramente è una scelta di rispetto nei confronti dei miei lettori e della casa editrice; cerco di mantenere sempre perfettamente riconoscibili i personaggi principali. Ma i miei albi di Diabolik restano pur sempre dei numeri speciali, quasi dei fuori serie, o meglio fanno serie a sé, perché per quanto io mi sforzi di andare incontro alla storia grafica della serie, il mio continua a essere un lavoro autoriale, se preferisci, una interpretazione da artista e non potrebbe essere diversamente. Credo poi che sia proprio questo quello che l’editore mi richieda e si aspetti da me.
9) Ci parleresti di EternaArtemisia? Chi è, e perché è nata? Cosa vedi di te in lei? Pensi che il pubblico la amerebbe nella misura in cui è successo con Aeonflux, Elektra, Black Widow, Barbarella e molte altre?
G.P. EternArtemisia è nata come un progetto di comunicazione per conto di Palazzo Strozzi Firenze, in occasione della mostra “Donne al potere” dedicata a due regine di Francia, Maria e Caterina de’ Medici e in particolare al ciclo di arazzi a loro dedicato, che ornava le loro stanze, e che le celebrava attraverso il racconto del mito di Artemisia. James Bradburne, all’epoca direttore della Fondazione Strozzi, immaginò le due regine, che andando a letto la sera, guardando quegli arazzi, leggevano i fumetti: divertente quanto suggestiva immagine che gli diede l’idea di commissionare un fumetto che rinnovasse il mito di Artemisia. Io fui scelto come autore e colsi l’occasione per sviluppare una delle tante storie che ho nel cassetto: quella fu la volta di EternArtemisia e della Grande Madre. Ero e sono un gran lettore di archeologia e di mitologia e, per dare struttura alla mia idea, mi sono lasciato guidare dalle teorie e dalle ricerche di Maria Gimbutas, Joseph Campbell, Robert Graves e altri ancora. L’idea era di rinnovare il mito di Artemisia dandogli una proiezione narrativa lungo un tempo praticamente infinito. La storia che racconto parte nella Preistoria, agli albori di quello che la Gimbutas ha definito come il primo culto monoteista, il culto della Grande Madre, per arrivare ad ambientarsi in un futuro possibile, in cui Artemisia, donna vessata da una società maschilista e reazionaria, trova la forza di ribellarsi. A muovere il suo cambiamento, Chimera, una sacerdotessa senza tempo del culto della Grande Madre, culto di cui Artemisia diventerà la nuova incarnazione.
È un personaggio delicato, fragile per molti versi, ma che progressivamente trova la forza di prendersi il carico di un forte cambiamento.
Di me in lei cosa vedo? Forse proprio questa ambivalenza, tra forza e debolezza in continuo scontro, in vista di un rinnovamento personale. Il pubblico ha apprezzato questo libro e il successivo spin-off “Aleametron” uscito nel 2013, sempre grazie a Fondazione Strozzi in occasione di un altra mostra, “Denaro e Bellezza”, ma i personaggi femminili che citate sono brand di un calibro completamente diverso; credo che EternArtemisia o Chimera non potrebbero essere destinate a una produzione seriale se non dopo un attento lavoro di dosaggio dei contenuti e dopo un lavoro di riscrittura e revisione dei personaggi stessi. I due libri che finora sono stati pubblicati hanno un taglio troppo complesso per essere veramente di massa. Ma chissà…
10) Storia e mito, anche se in chiave decisamente pop o postmoderne, continuano ad alternarsi in molti dei tuoi personaggi. Quanto incide quello che eravamo, rispetto a quello che siamo o, in qualche maniera, cerchiamo di essere, oggi?
G.P. Io sono nato in una città senza tempo eppure sempre specchio dei tempi, Matera. Un esempio. Tra anni Cinquanta e Sessanta, Matera è stata simbolo del cambio socio-antropologico di cui parlavo prima (Pasolini nel 1964 la immortalò in “Il Vangelo secondo Matteo”): da città contadina, da “vergogna nazionale” per citare un politico del tempo, a città dai nuovi rioni, modello di un nuovo urbanesimo, esperimento per gran parte fallito perché basato ancora su un modello sociale contadino che più non poteva essere, in un mondo sempre più industrializzato e ormai votato sempre di più al terziario. Fino ad arrivare a oggi, con Matera in vista di essere la capitale europea della cultura nel 2019.
I miei studi, poi, mi hanno sempre indirizzato verso la storia e il mito, ma da subito io ho visto in quelle letture, al di là delle contingenze specifiche del dato storico, la componente archetipica, il dato in qualche maniera ricorrente, immutabile, oserei dire eterno. La spirale del tempo per me toglie valore al tempo lineare come siamo abituati a pensare (ieri-oggi-domani). La dimensione narrativa informa l’oggi continuamente e sempre di più lo crea. Oggi, tra nuovi e vecchi miti, tra vecchie e nuove narrazioni, creiamo il nostro mondo raccontandocelo costantemente. E il fumetto, come forma di narrazione visuale, in un mondo di immagini, ha un valore enorme…
11) Giuseppe Palumbo come docente di arti visive, tra l’Isia e altri Istituti ad indirizzo specifico. Nella tua carriera di mentore e docente siamo certi che più di qualche nuovo talento è apparso tra i tuoi studenti. Qual è la tua primissima reazione nel riconoscerne uno o forse più? Le gelosie sono sempre alle porte di chiunque. Li aiuteresti ad emergere, senza temere possibili competizioni?
G.P. Il primo corso di fumetto l’ho tenuto nel 1990 a Bari… Da allora ho avuto centinaia di allievi, molti dei quali hanno condiviso e condividono con me progetti e lavori in corso. Quando vado in edicola e vedo su testate Bonelli o Marvel o altro ancora i loro nomi sono molto felice per loro e sono soddisfatto di quanto ho investito di mio. Nessuna gelosia, nessun particolare orgoglio: io fatto quanto ho potuto, loro hanno fatto il loro cammino e così via.
Ultimamente ho proposto all’Astorina, un nuovo disegnatore, mio allievo e collaboratore, Matteo Buffagni, disegnatore per serie francesi e americane. Ora è il copertinista ufficiale di Diabolik e presto disegnerà le copertine di DK, il reboot di Diabolik, disegnato da me: non vedo l’ora. Mi sentirò ancora di più a casa.
12) Proprio come Angela e Luciana Giussani, tutti, nessuno escluso, immaginiamo sogni che potrebbero diventare incredibili realtà. Vorresti raccontarne una più o meno recente da poter rendere assolutamente reale?
G.P. Negli ultimi anni, mentre sapevo di disegnare per il grande pubblico un personaggio come Diabolik, ho scelto di indirizzare il mio lavoro di autore verso fumetti più complessi o addirittura verso tipi di fumetto mai realizzati come “L’elmo e la rivolta”, scritto e pensato da Luciano Curreri, docente di Lingua e Letteratura italiana all’Università di Liegi, un vero saggio di storia della cultura, a fumetti ma “not for dummies”. Oppure al fumetto come performance live, che per anni ho portato in giro tra festival e centri sociali, con il collettivo Action30, di cui sono socio fondatore, un collettivo multiforme che riunisce filosofi e artisti di vari linguaggi intorno a una indagine, cercare le tracce delle nuove forme di razzismo e di fascismo. Oppure mi sono dedicato alla ricerca e alla creazione di una serie di storie che parlassero della mia terra lucana spesso ancora ignota, con libri come “Uno si distrae al bivio”, tratto dall’omonimo racconto di Rocco Scotellaro, o “I cruschi di Manzù”, in collaborazione con Giulio Giordano e Giuseppe Appella, libri editi da un bravo piccolo editore lucano, Lavieri. Oppure ancora, al blog Athens Minor, che mi permette di raccontare l’Atene che ho visto cambiare nel passaggio dalla dracma all’euro, prima del delirio olimpionico, e l’Atene di oggi, schiacciata dal peso di una crisi in cui si sommano le responsabilità di molti, in cui alle volte mi sembra di vedere come il progetto di un tremendo esperimento sociale…
I miei sogni sono a fumetti e, come dicevo, non devo far altro che assecondarne la trasformazione, da desiderio, da ossessione a carta o a forme digitali. Non so per quanti, questi sogni divenuti realtà, potranno essere incredibili realtà, per me so che lo sono.
Art director, corporate reviewer e cultural connector, da diversi anni opera nel campo della corporate image, brand design e cultural communication events; cultural informer e visual art reviewer, particolarmente esperto nei movimenti e l’evoluzione del fumetto d’autore come forma d’arte a forte impatto sociale, negli ultimi trent’anni, in Europa e nel Mondo; possiede un’impressionante collezione privata di serie regolari, graphic novels, numeri speciali e riviste di fumetto d’avanguardia internazionale e americano. Per Tablet2.0 è coordinatore tecnico per l’area UK.
di Damian Killeen & Guglielmo Greco Piccolo – pictures Courtesy of Milena Gabanelli
