Startuppers: Brevi Storie, Possibilmente a Lieto Fine, della New Business Generation
di Francesco Giuri & Guglielmo Greco Piccolo – pics ©ourtesy of Tablet Community
da Il Sesto fino a Calm Beach, visioni deliranti di Stefano Delacroix, cronista dell’urban med noir
Taranto, non é soltanto la città Made in Ilva che i media, nazionali e stranieri, promuovono negativamente già da diverso tempo, affossando ancora di più le tante testimonianze dalle fortissime e millenarie radici storico-culturali di una delle prime colonie, tuttora considerate, culle della cultura magno-greca.
Già da molti decenni infatti, dal cinema, alla musica, dalle arti visive contemporanee fino alla letteratura, il capoluogo jonico ha dato origine ad una new wave letteraria che tra urban fantasy e dark tales hanno rilanciato un altro genere nei generi: il med noir, nuovo modello narrativo, assolutamente da tenere sott’occhio.
Da Giancarlo De Cataldo, fino a Giusy De Nicolo, da Cosimo Argentina, giusto per citarne qualcuno, i nuovi autori dell’area jonica, tracciano, finalmente un capitolo decisivo per le culture noir e urban fantasy, con una rapida occhiata al passato, percorrendo possibili presente e futuro, a tratti decadenti.
Tra le ultime letture di alcuni esponenti di questa nuova ondata narrativa, Tablet2.0 ha incontrato uno dei più eclettici e articolati autori, testimonianza attiva in quest’area: il musicista e scrittore Stefano Delacroix, impiegato bancario di giorno, spacciatore di visioni surreali di notte.
1) Ciao Stef, intanto grazie per questa tua partecipazione. Secondo il tuo punto di vista, tecnico e artistico nel campo del new med noir, come mai, proprio nel capoluogo jonico, già da diverso tempo, la scrittura ha forgiato identità e stili così tanto caratterizzanti?
S. D. Grazie a voi di Tablet2.0.
Più che di identità caratterizzanti, parlerei di speciazione, una parola che screzia ulteriormente la connotazione di questa corrente che amabilmente definite “new med noir” (e quanto a manifestazioni linguistiche voi bretoni siete inimitabili maestri di sintesi!).
Di fatto, in campo artistico, gli elementi storici e geografici determinano considerevolmente la formazione di nuove avanguardie, che agiscono in accelerazione rispetto all'immagine del mondo propria di una specifica cultura, come in questo caso dell'Occidente. Credo che qui si siano configurate anzitempo certe condizioni e che queste abbiano deviato la corrente del fiume, indirizzandola verso una visione iperrealista, che necessita un ritorno al mondo immaginale da realizzarsi per miti e simboli.
2) Parliamo un po’ di te ora poiché, in quanto a creatività, il tuo passato ti presenta come musicista e compositore, prima, poi autore letterario. Come mai questa evoluzione? Cosa ti avrà mai fatto la musica rock-pop, per traslocare in una dimensione creativa così diversa?
S. D. Sorrido perché per un istante mi sono visto come un autostoppista in fuga –
In realtà non esiste una ragione certa, probabilmente ho assecondato un'esigenza, quale ad esempio l'esperienza di una scrittura che trasbordasse i confini metrici di una canzone . Per fare l'artista, qualunque sia l'arte, devi innanzitutto essere creativo, e perciò accondiscendere alle mutevoli istanze espressive; coglierle ti consente di continuare a creare. In definitiva non abbandoni mai nulla, ma innesti nuove esperienze e comprovi altre capacità. La chitarra e la penna possono convivere sullo stesso tavolo, talora alternandosi, talora sovrapponendosi.
3) In una libreria, maneggiando uno dei tuoi racconti più particolari, Il Sesto e altri racconti psychotropic noir, giunto alla 2^ edizione, siamo stati molto attirati dall’incipit: “Nel giugno del 2008 il mio tempo cambiò direzione e compì ventuno anni di viaggio inverso….”, fino a leggerlo e rileggerlo, convincendoci essere il tuo lavoro più riuscito. Come hai avuto l’idea e perché il protagonista sembra muoversi in uno stato di confusione delirante così marcata? Vaneggiava o davvero città e grossi centri urbani ci devìano da realtà parallele quasi invisibili, pur sembrando così evidenti?
S. D. Quando scrissi quel racconto ebbi realmente la percezione che il tempo, questo inestricabile mistero, volgesse il suo corso. Cavalcai quella percezione indefinitamente e mi parve ancora più vera. Comunque sì, le città sono capsule temporali all'interno delle quali il tempo scorre diversamente, contraendosi. Sei quasi sempre da solo, ma non te ne rendi conto muovendoti attraverso contesti di indifferenza. Poi prendi una sperduta casetta in campagna, ci stai un paio di mesi, e ti accorgi che il tempo si è dilatato. Così assapori per la prima volta una salubre solitudine. Salubre perché non si nutre di sentimenti irrisori, quale il giudizio e la competizione, tutte corbellerie di cui ci riempiamo il cervello e dalle quali assumiamo null'altro che smarrimento. Nelle città, per riguadagnare una discreta autenticità, devi proteggerti psichicamente.
4) “Il volgere del tempo” nel racconto sembra essere un’entità costante e dominante, eppure abilmente cavalcata dal personaggio, proprio Doctor Who, utilizzava una cabina telefonica inglese per spostarsi da dimensione all’altra, fronteggiando minacce e mostri di ogni genere. Qual è ne Il Sesto il peggior mostro da combattere, e possibilmente, perché?
S. D. L'assuefazione. È un mostro che divora lentamente. Fissi obiettivi - il più delle volte indotti dal sistema - noncurante delle tue reali possibilità; cosicché smetti di guardare al di fuori di quella traiettoria, perdendoti tutto il resto. Viaggiatori che, dismessa l'improvvida necessità della scoperta, implodono tristemente su se stessi. Rispetto ad un sano equilibrio, l'assuefazione costituisce una pericolosa diversione.
5) Parlaci un po’ del Molti Mondo… Esiste o, se più ti piace, esistono davvero?
S. D. Ne parlava Giordano Bruno cinquecento anni fa. Oggi ne parlano i fisici e fortunatamente nessuno li brucia. Quella del Multiverso (o il Multi Mondo) è una legge inderogabile secondo la meccanica quantistica. La Coscienza, quali ne siano espansione e grado di evoluzione, richiede il modello inflattivo. Credo si tratti di qualcosa di molto concreto e creativo. Definirla patafisica, quella sì che è una restrizione.
6) Spostiamoci un po’ tra le righe del tuo ultimo lavoro, Calm Beach. Perché questo titolo?
S. D. È il nome di un posto. Una simpatica baracca sulla spiaggia nei pressi di Taranto.
7) Avendo letto proprio di recente questo tuo ultimo lavoro e incontrato alcune persone, molte veramente particolari, che gravitano attorno la tua vita, quanto le loro personalità, hanno contribuito nella stesura di Calm Beach?
S. D. Certamente tutte in modo determinante. I personaggi di Calm Beach sono veri e in linea di massima ho rispettato i loro comportamenti e lo slang. Appartiene invece al mio universo creativo la storia, con tutti i suoi elementi grotteschi, che grotteschi non furono nemmeno troppo se li raffrontassimo alla normalità (e mi si perdoni l'ossimoro).
8) La Molle Tarentum, una tag che la città si porta dietro da tempi non sospetti, ormai. A noi, però, così molle Taranto non è affatto sembrata, anche se in Calm Beach malgrado situazioni surreali e grottesche, disegnate e vissute da dagli stessi protagonisti, sembrano muoversi in un’atavica, indolente, quasi irritante atmosfera. Perché?
S. D. “Molle” raccontava la quiete agostiniana e rassicurante di quei dolcissimi paesaggi. Potremmo piuttosto considerarla una forma di leggerezza, magari più contemplativa. In tal senso i personaggi di Calm Beach diverrebbero gli eredi perfetti dell'antica colonia. La loro risposta al sistema è una sottile e potente rivoluzione individuale.
9) La tua scrittura, malgrado certi linguaggi e espressioni dirette e rapide, si configura in una matrice piuttosto articolata, in alcuni passaggi, molto impegnativa. Questione di stile o carattere?
S. D. Carattere. Sicuramente.
Non ci serviamo della conoscenza, noi siamo la conoscenza. Quel che ci differenzia è la modalità, per cui c'è chi ne sa poco e chi ne sa tanto. Mi piace affondare i colpi servendomi delle parole. È un gioco assai divertente, perché le parole sono avvinghiate alle cose del mondo, rappresentano il loro significato senza imprigionarle definitivamente. Bisogna esploderle. Ed esplodendole conosci le cose.
10) Quali potrebbero essere i due o tre nomi che indicheresti come decisamente da non perdere, nel panorama med noir dell’area jonica?
S. D. Alcuni li hai già citati nella vostra prolusione. Ne aggiungerei un altro paio che ritengo assai significativi, innanzitutto perché la loro presenza allarga lo spettro, poi perché sono davvero forti. Sono Giuse Alemanno e Ago Palmisano. Insomma...dinamite pura!
11) Vorremmo salutarti con la domanda forse più banale: impiegato bancario, musicista e scrittore decisamente prolifico, vita sociale alquanto frequente, tutte attività particolarmente totalizzanti. Riesci a dormire?
S. D. Dicevate?... Scusatemi...devo essermi appisolato.
Art director, corporate reviewer e cultural connector, da diversi anni opera nel campo della corporate image, brand design e cultural communication events; cultural informer e visual art reviewer, particolarmente esperto nei movimenti e l’evoluzione del fumetto d’autore come forma d’arte a forte impatto sociale, negli ultimi trent’anni, in Europa e nel Mondo; possiede un’impressionante collezione privata di serie regolari, graphic novels, numeri speciali e riviste di fumetto d’avanguardia internazionale e americano. Per Tablet2.0 è coordinatore tecnico per l’area UK.
di Francesco Giuri & Guglielmo Greco Piccolo – pics ©ourtesy of Tablet Community
di Damian Killeen – pictures by C. Scandella - ©ourtesy of Tablet2.0
