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Future Desires

Le Cose Ci Posseggono

La verità…? Sono proprio le cose a possedere noi. E in tutta la loro ingenuità e, talvolta, subliminale cinismo. E nel loro cauto e certosino lavoro sottobanco riescono persino a mutare i nostri sentimenti, i nostri desideri, fino a determinare una lenta, evidente scissione della coscienza dalla mente. La nostra mente.

Un lavoro lento e costante, fatto di attese, distanze, corporeità, erotismo, ansie e paradossi che contaminano il nostro raziocinio di morbosi stati di allucinazione controllata.

Perché di tutte queste cose ne abbiamo assolutamente bisogno, e con lo stesso effetto di una seconda chance. Un obiettivo parallelo per colmare piccole e gravi carenze che la nostra anima, talvolta spietata e irremovibile, ci lascia a malapena intravedere nel buio dei nostri silenzi. Nei quali non sempre troviamo una giusta risposta.

Quante volte abbiamo morbosamente conservato oggetti, spesso inutili, appartenuti a persone più o meno care? Perché per noi, attraverso essi, ancora restano vivi, e partecipano con noi quotidianamente, anche se in forma meta-fisica, legata ad un sistema di ricordi e memorie da cui, è sempre molto difficile separarsi. Quante volte abbiamo deciso di sostituire a quegli oggetti un ruolo molto più umano, con tanto di sentimenti, passioni, desideri? Perché alle cose, certe cose, non manca di sicuro il giusto appeal, quel certo carisma in grado di trasformarci in vittime della moda, dello shopping, del Consumismo che ci ha così resi superstar passive di un complesso sistema di informazioni e messaggi pubblicitari oltremisura inquietante e artificiale, perché non saremmo neppure in grado di sopravvivere senza le merci che produciamo, vendiamo, utilizziamo, santifichiamo.

Così gli oggetti, e prodotti di consumo di qualsiasi genere finiscono per attribuirsi un potere psico-emotivo molto più forte e predominante, particolarmente influente e potente della nostra stessa forza di volontà e consapevolezza.

Così come negli anni Ottanta i materiali plastico-sintetici dello Swatch, poveri soltanto in apparenza, hanno predominato sul fascino indiscreto e sul già da allora vetusto concetto di status di altri oggetti (ben più preziosi e dispendiosi), anche approcci e stimoli percettivi verso nuove, inedite estetiche e mutazioni dell’ego hanno originato altre affinità relazionali tra anima-persona-oggetto-intimità.

A tal punto da ribaltare quasi radicalmente la soglia tra realtà quotidiana e migrazione in una seconda vita. Parallela soltanto a quella che viviamo ogni giorno. Sotto ogni pressione economico-sociale, perché ci aiuta nel (ri)produrre l’illusione di sopportare al meglio la nostra totale dipendenza dagli oggetti, che proprio grazie alla nostra costante dedizione e cura di essi, hanno imparato a sviluppare una propria essenza, una propria personalità individuale, così visibilmente naturale e immediata.

Lo Swatch ci piaceva, e ci piace tuttora, nell’evoluzione delle sue diecimila “pelli”, perché riuscivamo ed ancora riusciamo a guardare ogni piccolo ingranaggio e meccanismo interno, attraverso una miriade di caleidoscopiche sperimentazioni stilistiche. Così, finalmente, uno degli oggetti a noi più cari, è diventato uno status, uno stile di vita, un modo di essere del tutto nuovo ed esclusivo, assolutamente alla portata di tutte le tasche. Oggi non riusciamo neppure ad opporci al fascino riflettente e di un manichino trasparente in una vetrina o a tatuaggi (visibili ed interni ad un involucro). Così come appare essenziale scrostare e riprodurre ogni prodotto in un nuovo soggetto di art in progress, che spostati da vetrine di negozi On Sale e opportunamente risistemati in altri contesti, diventano autentiche superstar che parlano veramente linguaggi universali, senza bisogno di traduzioni linguistiche o modificazioni culturali. In effetti, Jacques Seguela, noto pubblicitario francese lo diceva sempre: “Amate il vostro prodotto, fatelo diventare una superstar, dategli un corpo, un’anima e tutta la vostra passione”.  

Una cosa è certa: esistono diverse modalità di interpretazione e percezione delle passioni per alcune cose.

Per le cose in genere. Un semplice pallone in gomma color aragosta, prende il posto della più famosa bottiglietta Coca Cola progettata da Raymond Loewy, più che un oggetto di contenimento, da diversi decenni, diventata una vera superstar, pur conoscendo gli effetti devastanti di alcuni soft drink o gadget elettronici, simili a pulcini o rettili sensibili di sentimenti e carinerie, soltanto perché prodotti di sofisticatissimi micro-software, non meno tossici e condizionanti delle dipendenze fisiologiche a certi oggetti e cose.

Alla fine però, tutto ciò diventa decisamente passabile, perché le cose, che in genere finiamo per amare, diventano nostri garanti di fiducia, nella promessa di quei nuovi criteri di appartenenza sociale, intrisi di un intenso e subdolo sistema in cui ogni oggetto del desiderio, nella quasi totale, e in alcuni casi, assoluta scomparsa della sua funzione originaria, continua ad esercitare personalizzando un potere ben preciso su ognuno di noi.

Quindi la domanda è: “avevo davvero bisogno di quella determinata cosa?

No, semplicemente la volevo!”, nella sanzione di una verità ormai conclamata: sono le cose  a possedere noi, quasi totalmente.   

 

 

 

Biografia di Gugliemo Greco Piccolo

Art director, corporate reviewer e cultural connector, da diversi anni opera nel campo della corporate image, brand design e cultural communication events; cultural informer e visual art reviewer, particolarmente esperto nei movimenti e l’evoluzione del fumetto d’autore come forma d’arte a forte impatto sociale, negli ultimi trent’anni, in Europa e nel Mondo; possiede un’impressionante collezione privata di serie regolari, graphic novels, numeri speciali e riviste di fumetto d’avanguardia internazionale e americano. Per Tablet2.0 è coordinatore tecnico per l’area UK.

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