E Allora MamBo
di Guglielmo Greco Piccolo & Damian Killeen – Pics ©ourtesy Tablet2.0 & G.G.P.
In un concetto “altro” del ready made, l’arte possibilmente componibile di Michael Johansson
Tra i nuovi artisti contemporanei, la figura di Michael Johansson é di sicuro la più interessante e decisamente versatile. Interessante per la sua personale ricerca nello sviluppo di ogni possibile azione creativa e modalità di scomposizione, rimanipolazione e ricomposizione di qualsiasi installazione site specific o oggetto-scultura a sé stante; versatile per l’approccio accessibile che qualsiasi opera di Michael esprime direttamente dinanzi agli occhi di chi guarda, senza necessariamente sfidare faticose chiavi di lettura o difficili interpretazioni, velatamente o esplicitamente suggerite.
Nella sua instancabile e maniacale ricerca, trascorsa per lo più nell’individuare, selezionare, e includere diversi oggetti di uso quotidiano, appartenuti un tempo ad altre persone, abbandonati poi un po’ ovunque: mercatini, negozi di usato sicuro, o semplicemente ricevuti da altri, Michael Johansson, attraverso uno degli elementi più immediati: il colore, appunto, restituisce in inconsueti scenari modulari possibili, performance alternative in ogni suo ensemble creativo.
Nessun dettaglio, nel corso di ogni work in progress, sarebbe quindi lasciato al caso o in balia del pericolo dell’inevitabile destino di trasformarsi in quel valore trascurabile che ogni step di un’azione creativa, qualsiasi azione creativa, tende quasi sempre a sacrificare.
Colore e funzione, alla fine, operano come tasselli principali che l’artista svedese considera parte fondamentale di ogni suo lavoro. Victor Vasarely utilizzava nelle sue composizioni geometriche diversi elementi modulari, opportunamente accostati e accomunati da un’unica matrice cromatica, diluite poi in percentuali e derivazioni tonali, ottenute da uno stesso match system. La visione finale del lavoro d’insieme poi, restituiva in una percezione optical un altro sistema di elementi, illusioni per lo più generate da interferenze cromatiche rese affascinanti e inedite, proprio dall’elaborazione e ri-combinazione del processo cromatico e prospettico, traslocato in un’altra metrica visiva.
Con diversi materiali e selezione di elementi-funzione, in sé variegati, per mission commerciale ed utilizzo, Michael Johansson manipola cromie e forme, come moduli possibili, accostandoli, appoggiandoli e incastrandoli in ogni anfratto visibile tra spazi, divenuti campi visivi accidentali, in cui processi concettuali e impiego di materiali, parteciperanno al totale annullamento di interstizi e fessure che risulterebbero altresì visivamente disturbanti o esteticamente mal funzionanti.
Le linee di demarcazione, riconoscibili in composizioni tonali molto più bi-dimensionali di Piet Mondrian, traslocano nelle opere di Michael come linee tirate quasi impercettibilmente da bordi e differenze volumetriche individuabili in alcuni puzzle tridimensionali che ognuno di noi, almeno una volta nel corso della propria infanzia, ha avuto modo di maneggiare.
Particolarmente affascinanti gli oggetti-costruzione opportunamente riportati allo stato originario di separazione degli elementi compositivi, prima di ogni assemblaggio, correttamente possibile.
I nuovi giocattoli quotidiani di Johansson dicono di quanto sia in effetti semplice ripristinare altri concetti estetici e spostarli dalla performance funzionale originaria per tornare ad osservarli in affascinanti esoscheletri, da disporre a parete come testimonianze postume di autentica antropologia industriale.
D’altra parte, è sempre stata naturale inclinazione dell’essere umano, disassemblare quello che più incuriosisce, al fine di scoprire cosa accade all’interno di uno o più meccanismi complessi, appartenenti a qualsiasi oggetto di consumo.
Il linguaggio ironico e particolarmente giocoso di questo talentuoso ma anche profondamente concettuale artista delle Nuove Avanguardie Espressive, ha attirato l’attenzione di diverse gallerie di prestigio, come l’italiana The Flat, di Milano e Galleri Anderson/Sandström, di Stoccolma.
L’unica domanda da rivolgere all’artista è cosa succederebbe se, spostando e muovendo oggetti da una delle sue composizioni più complesse, tentando di reinstallarle in altre aree di quel determinato lavoro? Proprio come nella pratica dell’analisi della psicologia terapeutica, una volta mossi tutti gli elementi psico-emozionali, sarebbe altresì difficile ricollocarli nei settori in cui erano precedentemente allocati, con il risultato di un possibile crollo di ogni struttura emotiva e percettiva. Una domanda a cui Michael sarà lieto di rispondere personalmente nella nostra intervista.
Interview to Michael Johansson
1) Intanto grazie per questa intervista Michael. In tutto il tuo lavoro, indubbiamente legato ad elementi quali precisione, misurazione di spazi e oggetti, interazione e assemblaggio in un’idea un po’ più da avanguardia industriale nel tuo personalissimo modo di intendere il ready made, esistono altri fattori come la memoria visiva, un match system color assolutamente cerebrale che in qualche modo controllano, ogni tua elaborazione istintiva e tecnica di qualsiasi opera da te creata. Tra gli elementi sopra menzionati, quali sono i fattori primari che in effetti stimolano il tuo processo creativo, fino alla fino alla rappresentazione visiva di un’idea?
M.J. Ci sono molti fattori che giocano il loro ruolo nella realizzazione di un nuovo pezzo. Utilizzando i colori e le forme degli oggetti come piattaforma per interagire tra essi, è il mio modo di allentare la loro funzione originaria e trasformarli in opere d'arte; ma lo sforzarmi nell’adattarli agli aspetti già fissati e alle limitazioni degli oggetti stessi, rende realmente più facile per me metterli in correlazione. Tali limitazioni mi aiutano ad avere un flusso di infinite possibilità quando si effettua un lavoro. Le limitazioni mi costringono a reagire, inaugurando la mia creatività con un processo decisionale; un flusso di possibilità infinite non fornirebbe lo stesso. E dal momento che tutti gli elementi che uso vengono già con un colore e una forma definita, portando così la propria produzione letteraria, ho quasi la sensazione che il lavoro stesso si crei ancor prima di iniziarlo. Quindi, ciò che altri potrebbero trovare ostruttiva, la limitazione che ne deriva lavora con una serie definita di parametri, diventati ormai una vera necessità nella mia pratica.
2) Idea, forma, funzione e spazi. Qual è il primo elemento a suggerirti un nuovo lavoro? E perché? Insomma, chi è il primo a diventare linea guida dell’altro?
M.J. Questo varia molto a seconda del carattere del lavoro, per cui alcuni di essi sono preparati nel mio studio e altri sono pezzi site specific, creati appositamente in loco all’interno di musei o spazi pubblici. Tuttavia, il problema principale consiste sempre nel trovare gli oggetti giusti per adattarsi all'interno di uno specifico sistema di limitazioni. A volte, un mobile o un vuoto nell'architettura può essere il punto di partenza per un nuovo pezzo e, a volte, un nuovo concetto per decidere di che tipo di oggetti ho bisogno per far sì che tutto il resto accada. Ma c’è sempre una coerenza tra materiali e concept. Nello stesso modo in cui l'idea mi dice che materiale scegliere, il materiale stesso partecipa nel contribuire al concept.
3) Post Industrial artwork, conceptual exhibition artwork o arte decisamente vendibile? Come definiresti ogni tuo lavoro, in un momento in cui e in diversi territori, un’opera d’arte, specialmente se venduta all’interno di spazi come le gallerie commerciali, è ancora identificata nel dipinto di un bellissimo paesaggio, un particolare ritratto o in una scultura di figurazione un po’ più tradizionale?
M.J. Ho sempre cercato opportunità che ritengo stiano sfidando una direzione che sia costruttiva per lo sviluppo del mio lavoro. Ho deciso di concentrarmi su un contenuto coerente, nel mio lavoro, piuttosto su ciò in cui è visualizzato, e mi sono trovato coinvolto in situazioni molto diverse nel corso degli anni. Luoghi diversi e diverse strutture offerte, mi sottopongono una gamma di possibilità in continua evoluzione, che mi permettono di alterare lentamente il mio lavoro. Tuttavia, non è così difficile dire che un certo luogo richiede un certo tipo di lavoro. Ho fatto grandi installazioni site-specific in gallerie commerciali e piccole sculture autoportanti in importanti spazi pubblici.
4) Aspetto ludico e interattività in ogni tuo lavoro. Il primo impulso per chiunque osservi i tuoi pezzi o site specific project, è proprio quello di interagire magari toccando e forse anche provare a ridisporre in un altro possibile anfratto, ogni tuo oggetto partecipante alla composizione globale di quello che produci. A quali di questi aspetti, in particolare, daresti molta più importanza? Reazione passiva o comunque attiva, da parte del pubblico?
M.J. Uno dei motivi principali per cui io uso partite ordinarie nel mio lavoro è perché è qualcosa con cui la gente ha una relazione già da prima. E spero che questo collegamento inviti lo spettatore a sperimentare il lavoro su un livello più intimo. Il sottofondo umoristico nel mio lavoro è anche un modo per catturare l'attenzione del pubblico, costringendolo a trascorrere più tempo ad esplorare il mio lavoro, mentre si spera di trovare anche altri livelli di interesse.Ma anche se i lavori sembrino avere qualità tangibili, pochissimi di essi sono destinati a persone con cui possano interagirvi fisicamente. Tutti gli articoli sono accuratamente fissati, e non è più possibile modificare la posizione degli oggetti. Tuttavia spero che lo spettatore si senta invitato ad interagire ulteriormente con le mie opere sul piano estetico e intellettuale, e che diventi interessato a come nuove circostanze in cui questi elementi si riconoscono da prima, si presentino con un cambio di narrazione rispetto alle vecchie.
5) Un tempo artisti si nasceva, oggi gli artisti si creano e, magari, anche a tavolino. Come è nato l’artista Michael Johansson: è una delle moltissime creature artefatte o alcune gallerie hanno scommesso su di te perché realmente hai qualcosa da raccontare, nel tuo stile espressivo e significato concettuale, piuttosto accessibile, seppure nella sua complessità?
M.J. Ho trascorso molti anni alla scuola d'arte, che ha drasticamente cambiato quello che ho considerato essere arte in modi molto diversi. Ma quando mi sono trasferito in giro tra alcune scuole durante la mia istruzione, non soggiornavo presso lo stesso istituto per più di due anni, non mi sento e mai sono diventato un prodotto tipico presso nessuno di loro, piuttosto ne ho fatto il mio proprio mix da quello che ho consideravano la lezione più interessante che ogni luogo aveva da offrire. E una delle cose più importanti che ho imparato, durante quel tempo, era che non avrei mai dovuto modificare il mio lavoro per adattarlo a un certo contesto, ma piuttosto continuare a cercare un contesto che si inserisse con il mio lavoro. Questo è qualcosa diventato per me importante fin da allora. E mi auguro che le mie opere possano aggiungere un dialogo contemporaneo. Altrimenti non avrei mai speso tutto questo tempo a farle.
6) In un possibile esperimento per stimolare un pubblico, magari nel corso dell’official opening di una delle tue exhibitions, in modalità personale o collettiva, come molti artisti incoraggiano di recente, potrebbe verificarsi l’azione partecipativa di una public performance. Ci avevi mai pensato? In che modo un visitatore o comunque un osservatore, potrebbe prendere parte ad uno dei tuoi site specific projects o persino spostare e ricomporre alcuni degli elementi delle tue opere per modificarne ogni possibile percezione finale, visiva e concettuale?
M.J. Ho sempre avuto un forte interesse per includere il pubblico nel mio lavoro, ma mai in modo direttamente performativo. Quando faccio un pezzo site specific, il mio tempo nello spazio espositivo è quasi sempre molto limitato, a causa del breve lasso di tempo in cui devo installare tra lo mostra precedente e la mia apertura. Quindi io sono abituato a lavorare con una scadenza stretta. Ma faccio tesoro anche di questo processo e voglio trarre il massimo da esso. Quindi, aggiungere un livello di interazione con il pubblico in questa fase particolare, non si è mai sentito come una scelta, tanto più che il processo di creazione di tutte le varie parti idonee, in realtà non è un’azione proprio sociale. Quando però lavoro in uno spazio pubblico, sono quasi sempre avvicinato da persone di passaggio, e tutte mi domandano cosa diavolo stia facendo, mostrandomi un certo apprezzamento. Il che, il più delle volte è un'interazione soddisfacente. Ho anche recentemente fatto qualche video in rallenty, per catturare il processo di creazione di due installazioni site-specific di grandi dimensioni, da quando ero interessato a tracciare il flusso di lavoro. Video che ho mostrato, sia in exhibition che on line. Quindi non è che voglio mantenere il mio processo un segreto, piuttosto voglio sfruttare al massimo il tempo limitato a mia disposizione, in cui devo eseguire un nuovo numero di pezzi.
7) Michael Johansson come modern sculptor o Michael Johansson come ambient artist. Quale delle due definizioni?
M.J. Da quando ho iniziato a pensare a me stesso come artista, è stato importante per me essere in grado di muoversi tra i diversi contesti espositivi. Non sono mai neanche stato interessato alle etichette, in quanto tali, ma neanche ad aggiungere aspettative che potrebbero limitare il possibile sviluppo dei lavori futuri. Quindi, per ora, preferisco saltare tra le due definizioni e sperimentare come il mio lavoro stia cambiando carattere, a seconda del contesto in cui è visualizzato.
8) Galleri Anderson/Sandström, in qualche maniera uno ha scelto l’altro. La semplice vendita e commercializzazione di quello che produci non potrebbe essere l’unica motivazione. Puoi dirci perché? Cosa vedete nell’uno e nell’altro da farvi decidere di operare un percorso comune?
M. J. La mia prima collaborazione con Galleria Andersson/Sandström risale all'autunno del 2009, quando mi hanno invitato a prendere parte ad una mostra collettiva nella loro galleria a Umeå, la parte settentrionale della Svezia. Questo stabilì una buona partenza e abbiamo tutti voluto approfondire il nostro rapporto. Lo abbiamo fatto attraverso due installazioni site specific più grandi l'anno successivo, uno dei quali è "Self contained", composto da container, un trattore, una Volvo ecc, che rappresenta ancora oggi la più grande installazione da me realizzata. Questa è stata una vera sfida e non è affatto un progetto commerciale, non in senso tradizionale almeno. Ma questo non ha impedito alla galleria di investire un sacco di tempo e fatica nel rendere il progetto possibile. Ci hanno messo tutta la loro fiducia nella mia visione, anche se non avevo mai fatto alcun lavoro su questa scala prima di allora.
Ultimamente abbiamo anche collaborato a mostre in galleria più tradizionali, in cui hanno anche venduto le mie opere; ma penso prima di tutto di esserci trovarci d'accordo in linea generale, e che la cosa più importante sia quella di rappresentare un forte gruppo di lavoro, piuttosto che concentrarsi esclusivamente su prodotti commerciali; questo è soprattutto ciò che fa di noi una buona squadra. Unita alla loro capacità di percorrere quel qualcosa in più, in ogni nuovo progetto.
9) Parlaci, se puoi di un tuo ultimo o recente progetto e perché il pubblico dovrebbe parteciparvi?
M.J. Ho appena terminato un nuovo lavoro per una prossima mostra, in duo con il pittore svedese Marcus Eek, presso la Galleria d’Arte Contemporanea di Helsinki. La mostra si è aperta all'inizio di maggio ed avevo presentato qualcosa che per molti versi potrebbe sentirsi molto diversa da ciò che avevo fatto in precedenza. E forse questo è anche un buon motivo per cui la gente è venuta a vederla.
Art director, corporate reviewer e cultural connector, da diversi anni opera nel campo della corporate image, brand design e cultural communication events; cultural informer e visual art reviewer, particolarmente esperto nei movimenti e l’evoluzione del fumetto d’autore come forma d’arte a forte impatto sociale, negli ultimi trent’anni, in Europa e nel Mondo; possiede un’impressionante collezione privata di serie regolari, graphic novels, numeri speciali e riviste di fumetto d’avanguardia internazionale e americano. Per Tablet2.0 è coordinatore tecnico per l’area UK.
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